Bitfinex lancia la sua Initial Exchange Offering

Bitfinex lancia la sua Initial Exchange Offering

Da qualche ora circola in rete una bozza del whitepaper relativo alla IEO del token di Bitfinex LEO, che sarà offerto prima a investitori privati e dal 10 maggio sarà disponibile al pubblico.
 
L’obiettivo dichiarato è il raggiungimento del miliardo di dollari e se tale importo sarà raggiunto in fase di private offer (cosa molto probabile dato che da indiscrezioni pare siano stati raccolti già 600 milioni nda) ovviamente la fase pubblica non avrà luogo.
 
Questa mossa è chiaramente un tentativo per uscire dall’angolo dopo che nei giorni scorsi è emerso che $ 850 milioni sono stati congelati dalle autorità statunitensi, polacche e portoghesi in seguito a un’indagine. 
 
Ifinex, la società che gestisce Bitfinex e Tether, si è sempre dichiarata tranquilla e confida nel fatto che in poche settimane l’importo sequestrato sarà restituito.
 
Nel dubbio comunque, con questa iniziativa che sembra aver suscitato grande entusiasmo tra gli investitori, Ifinex mette in campo il piano B.
 
E che piano B!
 
Andiamo ad analizzare rapidamente i punti salienti del whitepaper:
 
  • la struttura del token Leo sembra essere molto simile a quella di Bnb (l’utility token di Binance);
  • Ifinex procederà al buy back e al burn del token Leo una volta rientrata in possesso degli 850 milioni attualmente congelati, entro 18 mesi dal lancio della IEO);
  • anche l’80% dei bitcoin recuperati dopo l’hacking di Bitfinex nel 2016 sarà impiegato per il burning dei token Leo;
  • è prevista una percentuale di sconto sulle fee per i depositi, i prelievi e il trading.

In conclusione Leo sarà una parte essenziale dell’ecosistema di IFINEX. 

Questi eventi dimostrano come l’intuizione di Binance di affiancare le Initial Exchange Offering (IEO) alle vecchie Initial Coin Offering (ICO) sia stata una strategia premiante, infatti sono convinto che nei prossimi mesi le migliori opportunità di investimento verranno proprio dalle IEO delle piattaforme più prestigiose del settore, come Binance e Bitfinex.
 
 
 
Binance lancia Binance Chain e dice addio a Ethereum

Binance lancia Binance Chain e dice addio a Ethereum

Giovedì Binance ha annunciato che il 23 aprile dovrebbe lanciare Binance Chain, una blockchain pubblica che supporterà i tokens BNB, all’interno della quale presto sarà integrato anche l’exchange decentralizzato di Binance.

Allo stesso tempo, e questa è una notizia dalla portata rivoluzionaria per il settore delle criptovalute, Binance autorizzerà altri progetti a sviluppare nuovi tokens sul suo network, abilitandoli a lanciare Initial Coin Offering (ICO) e a raccogliere fondi in Binance Coin (BNB).

Subito dopo l’annuncio del lancio della sua mainnet, così come i dettagli per lo swap in BNB, Binance ha rivelato che Mithril (MITH) sarà il primo progetto a vedere i suoi tokens migrare sulla Binance Chain.

binance mithril

Mentre Mithril è stato il primo progetto ad annunciare la migrazione sulla Binance Chain, altri ora stanno iniziando a seguire il suo esempio: infatti Red Pulse, una piattaforma di marketplace dedicata all’economia cinese, ha rivelato che presto migrerà sulla blockchain di binance.

Subito dopo l’annuncio, Mith e Red Pulse hanno fatto registrare rialzi importanti sulle ali dell’entusiasmo.

Anche l’Enjin token, appartenente all’omonimo wallet, sta segnando guadagni considerevoli subito dopo aver annunciato il supporto alla Binance Chain.

Alla luce degli ultimi sviluppi, c’è la seria possibilità che Binance diventerà una token factory in grado di insidiare una considerevole fetta di mercato al momento appannaggio di ethereum.

Se andiamo ad analizzare velocemente i due token (ETH e BNB) scopriremo come la politica di Binance di procedere a dei “burn” periodici di BNB, favorirà una crescita qualitativa del proprio token, contrariamente a ETH che al momento presenta decisamente un profilo inflazionistico.

Dunque dopo il bitcoin con il suo RGB Lightning Asset Protocol, anche Binance ha deciso di scendere nell’arena dei network dedicati alla tokenizzazione e a questo punto per ethereum si aprono nuovi scenari in cui il team dovrà impegnarsi a fondo per tenere il passo dei concorrenti e sviluppare degli upgrade adeguati.

 

 

Breakout del bitcoin, assalto ai $5000

Breakout del bitcoin, assalto ai $5000

Dopo i numerosi tentativi degli ultimi mesi frustrati da volumi non adeguati e dalla mancanza di compratori, il bitcoin è riuscito a violare la zona di resistenza sul livello 4400/4200 dollari per giungere senza grandi difficoltà a ridosso dei $ 5000, importante soglia psicologica.

In caso di rottura di tale livello, presumubilmente il bitcoin non troverà più grandi ostacoli fino ai $ 6000. 

Ovviamente non sarà facile, anche se nelle ultime ore i volumi sembrano sostenere il movimento. Cercare di stabilire con assoluta certezza una rottura o meno dei 5000 dollari è quasi impossibile ma quello che possiamo e dobbiamo fare è analizzare cosa ha determinato il breakout degli ultimi giorni.

Una premessa prima di iniziare: non è ancora il momento di farsi prendere dai facili entusiasmi, perchè la strada da fare prima di arrivare a una sostanziale inversione del beartrend è ancora lunga.

Ma è palese come negli ultimi mesi ci siano stati diversi segnali importanti.

Eventi e novità del settore

E’ innegabile che il 2019 si è aperto all’insegna di una ritrovata vitalità per il settore delle valute digitali, dopo un 2018 decisamente negativo.

Se torniamo con la memoria al biennio 2016/2017 ricorderete come il rilascio di testnet, il lancio di mainnet, partnership importanti e upgrade dei vari network fossero eventi all’ordine del giorno.

Ebbene negli ultimi mesi questa vitalità è tornata prepotentemente sul mercato e tutto ciò contribuisce a creare un sentiment improntato all’ottimismo (il lancio delle testnet dei DEX di Binance e Bitfinex, partnership importanti all’ordine del giorno, colossi bancari e delle comunicazioni che investono pesantemente nel settore, upgrade importanti dei principali network).

Questi eventi sono stati tra i principali catalizzatori per i rialzi importanti del 2017, culminati poi con la bull run di dicembre al momento del rilascio dei primi Bitcoin Futures alla CME di Chicago (piccola coincidenza, a fine anno probabilmente avremo a regime BAKKT e il primo Bitcoin ETF).

Nel 2018, in seguito al declino importante della capitalizzazione del comparto, ovviamente abbiamo assistito a una rarefazione importante di questo genere di iniziative, ma ritengo che nel corso del 2019 l’analisi fondamentale giocherà un ruolo importante nelle analisi di mercato.

Criticità

Se è vero che dal punto di vista fondamentale il bitcoin e le principali criptovalute sembrano beneficiare di questo clima di rinnovata fiducia, le maggiori criticità a mio avviso sono da ricercare nell’analisi tecnica e dei volumi.

Il problema dei volumi è ormai noto a tutti: quelli dichiarati da coinmarketcap spesso e volentieri sono gonfiati nell’ordine del 70/90%, a causa della vergognosa pratica di molti exchange (non tutti per fortuna) di gonfiare i propri volumi di trading nelle 24 ore. Se vuoi approfondire l’argomento in questo video ho spiegato tutto nel dettaglio

A dimostrazione di come i bassi volumi rendano vulnerabile il mercato alle manipolazioni del prezzo (in entrambe le direzioni, visto che con gli strumenti finanziari attuali è possibile guadagnare dai rialzi quanto dai ribassi) c’è proprio la notizia rilanciata da Reuters secondo cui il rialzo del 2 aprile sarebbe stato propiziato da un maxi ordine di 100 milioni di dollari piazzato su 3 diversi exchange (Coinbase, Kraken, Bitstamp) ma riconducibile a una stessa entità.

Infatti dall’osservazione dei dati degli scambi appena citati, si evince un’impennata sincronizzata dei volumi di circa 7000 bitcoin in un’ora.

Con questo non sto dicendo che l’acquisto faccia parte di una manovra speculativa (anche se una domanda mi sorge spontanea: come mai l’investitore/i non si è rivolto al mercato Over the Counter, decisamente più attagliato all’esigenza?), ma voglio mettere l’accento su un fatto incontrovertibile, e cioè che i bassi volumi degli ultimi mesi e una capitalizzazione di circa 70 miliardi di dollari (prima del breakout di ieri) rendono il bitcoin e tutto il mercato esposto e vulnerabile a potenziali manipolazioni.

Infatti 100 milioni di dollari possono sembrare molti, ma vi assicuro che solo le transazioni giornaliere over the counter sono nell’ordine di miliardi di dollari (le transazioni OTC hanno la particolarità di non inficiare direttamente la quotazione di un asset, in questo caso bitcoin).

Dunque qualsiasi grande investitore o fondo d’investimento con una disponibilità medio-bassa, dato che a certi livelli 100 milioni di dollari sono la base, può causare un movimento importante del prezzo del bitcoin (si può arrivare anche al 20% come abbiamo visto) con tutto ciò che ne consegue.

Purtroppo fino a quando non torneremo a una capitalizzazione vicina a quella raggiunta a fine 2017, il mercato sarà sempre soggetto a questo genere di dinamiche e questo è un dato di fatto.

Analisi dell’azione del prezzo

bitcoin analisi prezzo

Da un’analisi squisitamente tecnica, dopo il breakout del 2 aprile e il primo test della resistenza a $ 5000 possiamo aspettarci un pullback e un test del livello 4400/4200 (nel frattempo diventato supporto). Se i volumi delle ultime 24 ore continueranno a sostenere la quotazione e la pressione dei compratori rimarrà costante nei prossimi giorni non mi sento di escludere totalmente una rottura secca anche dei 5000 dollari, anche se questo scenario è decisamente quello meno probabile.

Buon trading

 

Trading Over The Counter: il nuovo campo da gioco del mercato delle criptovalute

Trading Over The Counter: il nuovo campo da gioco del mercato delle criptovalute

Con la crescente tendenza delle grandi istituzioni finanziaria a investire in bitcoin e criptovalute, tutte le principali piattaforme del mercato si stanno dotando di desk per il trading Over the Counter.

Il trading Over the Counter consente agli investitori di effettuare transazioni private, senza passare per un exchange o intermediari.

I vantaggi sono molteplici, infatti di solito parliamo di scambi nell’ordine dei milioni di dollari, ai quali è possibile affiancare una vera e propria trattativa per generare vantaggi a beneficio di tutte le parti interessate alla transazione.

A dimostrazione di come i grandi investitori e i principali fondi d’investimento prediligano le transazioni OTC, a novembre 2018 la MV index Solution (una sussidiaria della Van Eck, la società che in collaborazione con la Cboe ha depositato presso la Sec l’istanza per il rilascio dei primi Bitcoin ETF) ha lanciato il suo Bitcoin Index basato sui 3 principali desk OTC.

I numerosi vantaggi derivanti dalla presenza di un importante indice che rifletta le quotazioni degli scambi che avvengono Over the Counter, potranno aprire la strada a prodotti finanziari importanti, quali appunto gli ETF, grazie a un notevole miglioramento della trasparenza dei prezzi.

A tal proposito, a novembre 2018 la banca d’affari Morgan Stanley ha pubblicato un report dal titolo “Aggiornamento: Bitcoin, Criptovalute e Blockchain”, dove ha evidenziato come le banche centrali e i principali enti regolatori si stiano “abituando” all’idea di una più diffusa adozione sia del Bitcoin che della tecnologia blockchain nel suo complesso.

Insieme alla nuova percezione del bitcoin come asset per investimenti istituzionali, gli operatori coinvolti si rivolgono sempre di più agli scambi Over the Counter grazie appunto agli enormi vantaggi offerti da questa tipologia di trading.

Gli investitori istituzionali continuano ad aumentare

L’idea generale è quella secondo cui i grandi investitori stiano aspettando il rilascio di strumenti finanziari importanti, quali i Bitcoin ETF, prima di entrare nel mercato delle Valute Digitali.

Ma l’analisi dei volumi OTC degli ultimi mesi raccontano un’altra storia.

Gli appassionati di criptovalute parlano spesso di come il denaro istituzionale potrebbe determinare una nuova bull run simile, se non più impetuosa, di quella di fine 2017.

Questa cosa in realtà sembra stia accadendo in modo silenzioso senza attirare troppo l’attenzione.

Molte delle più grandi società di mining hanno creato dei desk OTC per vendere le proprie monete senza affidarsi agli exchange del settore e ovviamente è qui che si rivolgono i grandi investitori.

desk over the counter

Infatti il trading Over the Counter ha fatto registrare una crescita esponenziale nel corso del 2018.

Secondo i rapporti della Digital Asset Research e del Gruppo TABB, ad aprile 2018 il volume giornaliero degli scambi OTC era di circa $ 250 milioni, mentre alla fine dell’anno sono stati raggiunti picchi di $ 15 miliardi al giorno!

Questo è dovuto a delle precise dinamiche e se analizziamo a fondo il meccanismo, scopriremo che in realtà è un’evoluzione del tutto naturale.

Infatti da un lato i miners di bitcoin hanno grandi quantità di monete da vendere e. ovviamente, per evitare di incidere negativamente sul prezzo, preferiscono rivolgersi al mercato Over the Counter.

Dall’altra parte abbiamo i grandi investitori che vogliono procurarsi enormi quantità di monete che, se acquistate negli spot market attraverso gli exchange, determinerebbero un aumento delle rispettive quotazioni.

Così la convergenza degli interessi delle grandi società di mining e dei fondi d’investimento ha di fatto favorito l’esplosione del trading Over the Counter.

C’è da scommettere che in futuro gli scambi OTC continueranno a beneficiare di questo enorme flusso di capitali “sotterraneo”, che ha il pregio (o il difetto, dipende dai punti di vista) di influenzare poco o niente la quotazione del bitcoin, e che garantisce tutta una serie di vantaggi a quegli investitori che dispongono di grandi capitali da investire e non desiderano utilizzare gli exchange del mercato, che ricordiamo nella maggior parte dei casi sono pur sempre delle piattaforme non regolamentate.

Se sei interessato a concludere una o più transazioni sul mercato Over the Counter, scrivi una mail a info@bitcoinfacile.org e riceverai tutti i dettagli sul nostro servizio di assistenza, consulenza e desk sul trading OTC. 

 

Dopo la NYSE, la CBOE presenta nuovamente l’istanza per un Bitcoin ETF

Dopo la NYSE, la CBOE presenta nuovamente l’istanza per un Bitcoin ETF

La Chicago Board Options Exchange torna in pista ripresentando la sua proposta congiunta con le società VanEck e Solid X per il rilascio di Bitcoin ETF.

L’istanza era stata ritirata a metà gennaio per evitare il probabile rigetto a causa dello shutdown del governo USA, che avrebbe compromesso il lavoro di tutte le agenzie federali compresa la Sec.

La deadline per la decisione finale era originariamente prevista per il 27 febbraio, dopo che la Sec aveva utilizzato tutto il tempo a sua disposizione per analizzare la proposta.

Dopo il ritiro e la nuova presentazione però, la procedura partirà dall’inizio e, una volta pubblicata nel registro federale, la SEC avrà un massimo di 240 giorni per decidere se approvare o rifiutare la proposta.
 
 
La nuova istanza infatti non è stata ancora pubblicata, il che significa che non è iniziato il conto alla rovescia perchè la Securities and Exchange Commission prenda una decisione.
 
Il rinnovo della richiesta arriva dopo che la New York Stock Exchange ha presentato a sua volta la propria istanza per l’approvazione di Bitcoin ETF in collaborazione con l’asset manager Bitwise.
 
Anche in questo caso, la proposta della NYSE non è stata ancora pubblicata nel Registro federale dunque non abbiamo ancora una deadline.
 
La brutta notizia è che per vedere un bitcoin ETF ora dovremo aspettare presumibilmente altri 8 mesi, ma quella buona è che adesso abbiamo 2 istanze presentate da due delle borse più prestigiose degli Stati Uniti e che hanno ottime probabiità di essere approvate.
 
Fonte: Coindesk
 
 
 
 
 

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772 milioni di mail e password rubate, scopri se sei tra le vittime

772 milioni di mail e password rubate, scopri se sei tra le vittime

Uno studioso di sicurezza informatica ha scoperto una cartella accessibile pubblicamente in cui erano archiviati oltre 772 milioni di indirizzi e-mail e quasi 22 milioni di password, sottratti durante diverse operazioni di hacking. C’è on line un sito in cui è possibile verificare se la tua mail è stata compromessa.

Qualche giorno fa, è stata scoperta in un popolare forum di hacking una vasta raccolta di elenchi di informazioni sensibili (combinazioni di indirizzi e-mail e password usate per dirottare account su altri servizi). I dati contenevano quasi 2,7 miliardi di record, inclusi 773 milioni di indirizzi e-mail univoci con le relative password che quegli stessi indirizzi avevano utilizzato su altri servizi violati.

Questo è il bottino di un’incredibile violazione della sicurezza e della privacy, scoperta dallo studioso di sicurezza informatica Troy Hunt e battezzata “Collection#1”, dal nome della cartella in cui erano archiviati i dati.

file collection#1

Hunt ha spiegato che la raccolta di e-mail e password (in tutto 87 GB) è il frutto di numerose violazioni di dati avvenute negli corso degli anni. Lo stesso Hunt ha raccontato che si è imbattuto nella “Collection#1” dopo aver ricevuto diverse segnalazioni, scoprendo che la violazione riguarda anche un indirizzo e-mail di sua proprietà.

Come molti di voi, anch’io sono stato coinvolto – afferma Hunt –  e fortunatamente sono password che non uso più, ma provo comunque lo stesso senso di sgomento di molte persone che stanno leggendo questa notizia

Scopri se il tuo indirizzo mail è compromesso

In questa pagina disponibile gratuitamente in rete, è possibile verificare l’integrità del proprio indirizzo di posta elettronica e della relativa password. 

Dunque sarà possibile verificare se si è stati vittime di uno degli episodi di hacking che ha portato alla collection#1 o di altri incidenti informatici che hanno compromesso le proprie credenziali di accesso.

Ti consiglio vivamente di effettuare la verifica: sarà sufficiente visitare la pagina indicata in precedenza, inserire nell’apposito spazio il tuo indirizzo di posta elettronica e in pochi secondi saprai se è sicuro (not pwned) o è stato compromesso (pwned).

ihavebeenpwned collection#1

Se la tua mail risulta compromessa, procedi immediatamente al reset della password e impostane una nuova con dei livelli di complessità adeguati. 

Una password sicura è prima di tutto una password complessa, dunque via le date di nascita, i nomi dei figli o dei cani. Inoltre è opportuno utilizzare caratteri alfanumerici, lettere maiuscole e anche simboli speciali (=,$, !, % eccetera). 

Ricorda di non usare mai la stessa password per più applicazioni o servizi.

Infine dovresti seriamente considerare l’abilitazione dell’autenticazione a due fattori, grazie a delle applicazioni come Google Authenticator o Authy: in questo modo, anche se i criminali informatici entrano in possesso delle tue credenziali di accesso non saranno in grado di accedere ai tuoi account senza almeno un altro device o software di autenticazione, come ad esempio il tuo telefono mobile.

Di seguito trovi un mio video dove ho approfondito la violazione collection#1

 

 

 

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Bitcoin, quale scenario ci aspetta nel 2019?

Bitcoin, quale scenario ci aspetta nel 2019?

Il Bitcoin sembra aver temporaneamente arrestato la sua discesa. Andiamo ad analizzare i livelli di prezzo significativi nel lungo periodo per capire cosa aspettarci nel corso del 2019.

Dopo una panoramica delle principali notizie, troverai un interessante parallelo tra l’andamento dell’oro e del bitcoin al momento del lancio dei primi contratti futures , dove emergono delle incredibili analogie.

Buona visione

Debito: i rischi di una nuova recessione

Debito: i rischi di una nuova recessione

Brexit, instabilità politica europea, bolla immobiliare, guerra commerciale in atto tra Usa e Cina, la crisi della Deutsche Bank e in ultima analisi, ma non per importanza, il debito dei consumatori ormai fuori controllo.

Nuvole nere si addensano all’orizzonte, con lo spettro di una nuova recessione sempre più tangibile.

Proprio la crisi del debito, potrebbe essere il trigger event che innescherà la crisi economica.

Sul fronte USA, nemmeno la conferma del rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed ha dato un po’ di respiro ai principali indici azionari, ad esclusione del breve rally post natalizio che però potrebbe essere solo una diretta conseguenza del Plunge Protection Team messo in campo dall’amministrazione a stelle e strisce.

Lo scenario attuale sta confermando una tendenza già in corso da qualche mese, come ho già scritto a novembre in questo approfondimento, ossia lo spostamento di ingenti capitali dall’azionario verso i Treasury.

Infatti con i tassi d’interesse a breve e a lungo termine che si vanno via via normalizzando, fornendo rendimenti sempre più interessanti al netto dell’inflazione, molti investitori preferiscono rifugiarsi nei bond del tesoro ed è probabile che, a fronte di questa dinamica, le quotazioni dei principali indici azionari scenderanno sui livelli medi del P/E ratio, che sono ben al di sotto degli attuali livelli di prezzo.

La principale causa che ha innescato questa ondata di sfiducia, è senza dubbio rappresentata dal debito americano che ormai sembra decisamente fuori controllo, infatti in molti segmenti sono stati superati i livelli pre-crisi 2008.

debito Usa

In tale contesto, siamo nuovamente immersi in uno scenario internazionale in cui le banche “too big to fail” rischiano di innescare una nuova recessione (il caso di Deutsche Bank è emblematico).

Partiamo dall’assunto che, come in tutto il mondo, anche negli Stati Uniti il sistema finanziario è fortemente influenzato dalla Banca Centrale, che svolge il ruolo di “stimolante artificiale” del mercato.

Ma gli ultimi eventi evidenziano le criticità del sistema.

Inoltre dato che tutto è interconnesso, gli investitori più esperti sanno perfettamente che se l’economia degli Usa vacilla, potrebbe innescarsi uno spaventoso effetto domino su tutti i mercati internazionali.

La storia si ripete

Buona parte della crescita del PIL degli Stati Uniti è basata sul debito.

E nel momento in cui ricorre il decimo anniversario dello scoppio della crisi del 2008 e del successivo salvataggio dei principali istituti di credito da parte del governo statunitense, la struttura delle grandi banche non è cambiata, infatti attualmente sono nelle stesse condizioni di dieci anni fa: troppo grandi per fallire.

Per fronteggiare gli eventi post 2008, sappiamo tutti che la Fed ha utilizzato l’artiglieria pesante del quantitative easing, dopo aver azzerato i tassi di interesse e aumentato la base monetaria (oggi sarebbe impossibile riproporre quella strategia, dato che i tassi sono già molto bassi e la base monetaria al suo massimo storico).

Un aspetto da sottolineare è che mentre le banche sono state sostenute dal QE per tornare in una situazione finanziaria stabile, lo stesso non possiamo dire per i consumatori e le famiglie americane.

La cosa più grave a mio avviso, è che questa grande iniezione di liquidità non è stata utilizzata per rilanciare l’economia reale, bensì per alimentare la speculazione di banche e big companies.

Anche le grandi società hanno utilizzato questa enorme massa di danaro principalmente per effettuare il buy back delle proprie azioni, invece che per investimenti utili al miglioramento delle attività produttive o per l’adeguamento dei salari dei propri dipendenti.

stock buybacks

Come si evince dalla foto, dal Q1 del 2010 il riacquisto delle azioni da parte delle società USA ha avuto un costante trend al rialzo.

Quando le aziende riacquistano le loro azioni, aumentano il loro valore riducendo il numero di azioni in circolazione.

Questa pratica era considerata una vera e propria manipolazione del mercato, ma nel 1982 la Securities and Exchange Commission (la Consob USA) sotto la presidenza Reagan ha cambiato le regole e da allora i riacquisti sono diventati gradualmente lo strumento principale con cui le società premiano i loro investitori, superando di gran lunga i dividendi negli ultimi anni.

Una delle conseguenze nefaste dei riacquisti, è che molte aziende hanno approfittato dei bassi rendimenti obbligazionari per indebitarsi nel mercato delle obbligazioni societarie, così da finanziare il buy back delle proprie azioni.

Ma quando le mutate condizioni monetarie causeranno una notevole diminuzione di questa pratica (ricordo che la FED sta procedendo al rialzo dei tassi d’interesse e alla diminuzione della base monetaria, inaugurando di fatto una nuova fase di quantitative tightening), c’è da scommettere che il mercato azionario sconterà pesantemente la cosa. E questo a sua volta innescherà un aumento dei rendimenti obbligazionari, complicando la posizione delle grandi corporations.

La bolla del debito

In tale contesto è palese come ci sia stata una grande sperequazione tra banche e società da una parte e famiglie e consumatori dall’altra.

Infatti questi ultimi non hanno beneficiato della politica di espansione monetaria messa in campo dalla FED nell’ultimo decennio ma anzi hanno dovuto indebitarsi e con tassi molto più alti rispetto a quelli riservati a banche e grandi compagnie.

Come ho già accennato all’inizio dell’articolo, negli Stati Uniti alcune aree del debito dei consumatori hanno raggiunto nuovi record.

Secondo un rapporto della Federal Reserve Bank di New York del novembre 2018, il debito totale dei consumatori è a livelli più alti rispetto alla scorsa crisi finanziaria.

Analizzare lo scenario socio-economico negli Stati Uniti è fondamentale, infatti un’eventuale crisi del debito oltreoceano potrebbe riverberarsi sui mercati europei e asiatici con una violenza ancora maggiore rispetto al 2008 e questo gli investitori lo sanno bene.

Vediamo quali sono le aree più critiche del debito USA.

Debito totale delle famiglie

Lo stato del debito delle famiglie, tenuto conto del debito combinato all’interno di un nucleo familiare, continua a destare profonda preoccupazione.

Secondo uno studio della FED, circa 1/4 degli adulti negli Stati Uniti non ha risparmi da parte e il 41% afferma di non aver abbastanza denaro per far fronte a una spesa imprevista di $ 400.

Il livello generale del debito dei consumatori ha raggiunto un nuovo record di $ 13,29 trilioni rispetto al picco nel Q3 del 2008 prima dell’inizio della crisi e ha fatto registrare un + 454 miliardi rispetto allo scorso anno.

Come si evince chiaramente dalla foto 1, il debito è aumentato per 16 trimestri consecutivi e non sembra dare segnali d’inversione.

Debito delle carte di credito

Il totale dei prestiti con carte di credito negli USA è aumentato di $ 45 miliardi nel 2018, per un totale di $ 830 miliardi.

Nonostante i bassi costi per le banche il tasso d’interesse medio è del 15,5% (+3% in 5 anni), ma nonostante questo le persone continuano a utilizzare questa tipologia di prestito.

Il debito totale delle carte di credito revolving si attesta oltre $ 1 trilione, superando così il picco del 2008, e gli utilizzatori hanno pagato $ 104 miliardi di interessi e commissioni sono nel 2018, con un +10% rispetto al 2017 e un +35% negli ultimi 5 anni.

Ovviamente se la FED continuerà con la sua politica di rialzo dei tassi d’interesse, tutti i debiti associati diventeranno più costosi e la restituzione dei prestiti sarà a rischio.

In tale contesto è incredibile come i consumatori non comprendano questo meccanismo, in una sorta di negazione della realtà.

D’altronde è risaputo che le persone tendono sempre a rinviare i problemi, nella convinzione che con il tempo le cose andranno meglio e che “non succederà a me”.

Questa stima ottimistica, unita all’aumento dei tassi d’interesse, potrebbe condurre nuovamente a uno scenario in cui molti debitori semplicemente non riusciranno più a far fronte ai debiti contratti, di fatto andando incontro al default.

Prestiti riservati agli studenti

L’importo dei prestiti agli studenti è aumentato a 1,40 trilioni di dollari nel Q2 2018 e tale cifra è triplicata dall’inizio della crisi finanziaria nel 2008; questa tipologia di debito, dall’analisi del debito combinato delle famiglie, è la seconda più alta a carico dei consumatori.

Questo enorme debito costringerà i neolaureati a lavorare per ripianare i costi della propria istruzione e, di conseguenza, si avranno meno soldi a disposizione per i consumi, il che inciderà negativamente sulla crescita economica complessiva.

Inoltre questo debito pregresso non ispirerà le nuove generazioni a intraprendere dei rischi imprenditoriali, lanciando magari una start up, ma le renderà molto più predisposte al risparmio.

Debito settore dell’auto

Anche se l’aumento dei costi di produzione delle autovetture ha impattato negativamente sul settore, non ha dissuaso comunque i consumatori dal prendere denaro in prestito per l’acquisto di una nuova auto, infatti il debito totale in questo segmento è aumentato a $ 1,26 trilioni con un + $ 48 miliardi in un anno.

Purtroppo molti prestiti erogati in questo settore sono della tipologia subprime (gli stessi tipi di prestito ad alto tasso che hanno innescato l’ultima crisi finanziaria) con la sola differenza che quindici anni fa venivano concessi in fase di sottoscrizione dei mutui per l’acquisto delle case.

I tassi d’insolvenza hanno già superato i livelli pre-crisi di 10 anni fa e quello delle auto è uno dei settori del debito a essere più in sofferenza e a destare maggiori preoccupazioni.

Quale scenario ci aspetta?

Come si evince dall’analisi delle principali aree del debito negli Stati Uniti, lo scenario è decisamente fosco e la crisi di uno solo dei settori analizzati in precedenza, potrebbe innescare un effetto domino che condurrà allo scoppio della bolla del debito USA con effetti catastrofici sui consumi e sui mercati finanziari e con lo spettro di una nuova recessione che si materializzerà d’incanto.

E questa volta l’arsenale a disposizione della FED per contrastare la crisi sarà decisamente limitato, se consideriamo i tassi d’interesse già ai minimi (forse è da leggere in quest’ottica il tentativo di normalizzazione dei tassi portato avanti dalla Federal Reserve nella seconda metà del 2018) e la base monetaria più che triplicata dai livelli di fine 2008 (un ulteriore aumento di liquidità in circolazione condurrebbe inevitabilmente a un eccesso di inflazione).

base monetaria dollaro

Dal punto di vista dell’investitore, in questa fase è necessario prepararsi al worst case attraverso una rimodulazione del proprio portafoglio con l’inserimento di asset anticiclici e asset per la riserva di valore.

In tale ambito, chi ha una maggiore predisposizione al rischio può valutare l’inserimento in portafoglio del Bitcoin, la moneta a maggior capitalizzazione del mercato delle valute digitali, che dopo un 2018 caratterizzato da un pesante downtrend presenta adesso un rapporto rischio rendimento estremamente favorevole, anche nella considerazione degli innumerevoli strumenti finanziari a replica fisica del bitcoin che attualmente sono al vaglio della Commodities Futures Trading Commission e della Securities Exchange Commission e che hanno ottime probabilità di ricevere semaforo verde (soprattutto la piattaforma BAKKT della New York Stock Exchange e gestita dall’Intercontinental Exchange).

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Crisi dei mercati: l’orso è uscito dal letargo

Crisi dei mercati: l’orso è uscito dal letargo

Brexit, instabilità politica europea, bolla immobiliare incombente, guerra commerciale in atto tra Usa e Cina, la crisi della Deutsche Bank e in ultima analisi, ma non per importanza, il debito dei consumatori ormai fuori controllo.
 
Nuvole nere si addensano all’orizzonte, con lo spettro di una nuova recessione sempre più tangibile.
 
Proprio la crisi del debito, potrebbe essere il trigger event che innescherà la crisi economica.
 
Il mercato azionario al ribasso è ormai una realtà, con tutti gli indici che registrano severi cali: lo S&P 500 al -17% dai massimi storici di fine settembre, il Dow Jones più o meno con lo stesso andamento, il Nasdaq sprofonda oltre il -20% entrando così ufficialmente in una fase di bear market e l’Europa in profondo rosso, con i principali indici azionari che toccano i minimi di 2 anni.
 
Ci sono diverse analogie con lo scenario pre-cris 2008, soprattutto dal punto di vista del debito delle famiglie.
 
 

Come proteggersi dalla crisi?

E’ arrivato il momento di considerare seriamente una rimodulazione dei propri portafogli, con il posizionamento strategico su asset anticiclici.
 
In tale ambito, la conferma da parte della FED della volontà di proseguire con la politica di rialzo dei tassi d’interesse negli USA favorirà proprio la corsa ai “Treasury”, che al momento già offrono discreti rendimenti al netto dell’inflazione, a discapito dei titoli azionari.
 
E a giudicare dal recente andamento dei mercati, direi che questa dinamica è già ampiamente in corso.
 
A tal proposito anche il bitcoin potrebbe riservarci delle interessanti sorprese.
 
Nel recente passato il Re del mercato crypto ha assunto alcuni connotati interessanti, che hanno portato alcuni analisti ad accostarlo agli asset tipici per la riserva di valore, come ad esempio l’oro.
Ritengo che sia una lettura interessante e ho scritto anche un approfondimento in merito.
In caso di crisi, avremo il primo banco di prova del bitcoin in uno scenario reale e sono sicuro che ci riserverà delle belle sorprese.
 
Discorso diverso per le altcoins: infatti nei momenti di ribasso generalizzato gli investitori tendono naturalmente a smobilitare le risk positions e a concentrare il capitale residuo in quello che viene percepito come l’asset più sicuro (nel mercato crypto, ovviamente il bitcoin).
 
Dunque, qualora lo scenario di crisi dovesse concretizzarsi, è ragionevole aspettarsi un aumento notevole della dominance del bitcoin e un crollo delle capitalizzazioni delle altcoins.
 
Questa fase potrebbe rappresentare il colpo di grazia per tutti quei progetti che non hanno un piano di sviluppo concreto e un team di sviluppatori solido alle spalle.
 
Bitcoin, quale scenario ci aspetta nel 2019?

Bitcoin: quale scenario ci aspetta nel 2019?

Il bitcoin sembra aver temporaneamente arrestato la sua discesa.

Andiamo ad analizzare i livelli di prezzo significativi nel lungo periodo per capire cosa aspettarci nel 2019.

Dopo una panoramica delle principali notizie, troverete un interessante parallelo tra l’andamento dell’oro e del bitcoin al momento dei lancio dei primi contratti futures, dove emergono delle incredibili analogie.

Buona visione

Ethereum: crollo lampo a $13 su coinbase pro

Ethereum: crollo lampo a $13 su coinbase pro

Ieri Ethereum ha subito un flash crash anomalo che ha portato la moneta a raggiungere i $ 13,05 su Coinbase pro, una delle piattaforme più popolari del mercato.

Oggi Ethereum è scambiato a poco più di $ 85. Tuttavia, sembra che alcuni trader fortunati abbiano avuto l’opportunità di acquistare Ethereum ben al di sotto del prezzo corrente.

ethereum crollo lampo

Coinbase ha recentemente sperimentato quello che sembra un crash lampo sulla coppia ETH/USDC.

Nel 2017 si era verificato un episodio analogo, che aveva portato ethereum a toccare i 10 centesimi di dollaro.

Uno dei fortunati traders, ha twittato entusiasta che tutti i limit order piazzati ben al di sotto dell’attuale quotazione sono stati eseguiti.

crollo lampo di ethereum

Nessuno sa davvero quali siano state le cause che hanno determinato questo crollo lampo.

Probabilmente qualche start up del settore che ha deciso di liquidare tutti gli ethereum raccolti in fase di ICO, oppure un trader incauto che ha piazzato un ordine di vendita errato. Quale che sia la verità, il dato certo è che l’operazione è stata eseguita in open market e chiaramente ha condotto la moneta fino al bottom dei $ 13, quando l’ordine di vendita è stato completamente eseguito.

Ovviamente non è da escludere una manovra speculativa.

Il pesante calo si è verificato solo sul cross ETH/USDC, mentre i cross in euro e dollaro sono rimasti inalterati.

Per qualcuno è stata davvero una giornata profittevole, con la strategia low ball pienamente riuscita, mentre per altri è stata decisamente una disfatta.

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ethereum crollo lampo

 

Cosa ha determinato il crollo del bitcoin?

Cosa ha determinato il crollo del bitcoin?

Nelle ultime settimane ho letto molte analisi in merito alle cause che avrebbero innescato il pesante calo del bitcoin di metà novembre.

Alcune sensate, altre caratterizzate da elementi di considerazione senza alcun fondamento.

Con quest’articolo voglio mettere a sistema tutte le informazioni relative agli ultimi eventi e delineare il quadro che ha determinato l’attuale scenario.

Ricostruiamo quanto accaduto negli ultimi mesi.

Da inizio settembre fino a metà novembre 2018 il bitcoin è entrato in una fase di ranging market che ha determinato un calo drastico della volatilità e dei volumi di scambio, tanto che la moneta e il mercato cripto per alcune settimane hanno presentato dei profili di stabilità maggiori rispetto ai principali titoli azionari, che da ottobre sono in forte sofferenza.

Parallelamente abbiamo assistito a enormi volumi di scambio sul mercato OTC (Over the Counter), segnale chiaro che grossi investitori avevano iniziato ad accumulare grosse quantità di bitcoin.

Vi ricordo che in quella fase il trading range era tra i $ 6000 e i 6800.

Voglio sottolineare come fino a metà novembre nessuno si aspettava un calo della moneta sotto i $ 6000, anzi l’entusiasmo generato dall’imminente rilascio di alcuni prodotti finanziari a replica fisica del bitcoin, tra cui i futures della piattaforma BAKKT di proprietà della New York Stock Exchange, e dalle buone probabilità di vedere entro la primavera del 2019 i primi bitcoin ETF, aveva indotto molti analisti a effettuare dei paralleli con l’autunno 2017, prima della bull run di fine anno.

Anche il quadro fondamentale del bitcoin e dell’intero mercato era, ed è ancora, estremamente positivo.

 Infatti in tale ottica ricordiamo i primi tentativi in Europa di introdurre le criptovalute nelle legislazioni dei singoli stati (con il Parlamento europeo che con la direttiva 2018/843 di fatto obbliga gli stati membri a introdurre lo status di Valute Digitali nei rispettivi ordinamenti giuridici entro il 2020) e il primo framework normativo del governo maltese che regolamenta gli asset finanziari virtuali.

Per non parlare delle adozioni di altre blockchain come Ripple e Stellar da parte di multinazionali che operano nel settore dell’informatica e dell’instant payment.

Dunque che cosa è successo?

A mio avviso, da un punto di vista squisitamente tecnico, dopo la rottura del supporto chiave in area $ 6000 il 14 novembre, è iniziata una reazione a catena che ha determinato il sell-off e il conseguente crollo del bitcoin fino alle quotazioni attuali.

Intanto tutti quegli operatori che da mesi accumulavano grosse quantità di bitcoin sul mercato OTC, sono rimasti spiazzati dall’evento e c’è da scommettere che per minimizzare le perdite siano corsi a smobilitare parte, se non tutte, le posizioni aperte nei mesi precedenti.

Viste le grosse cifre in gioco, sono certo che non tutti abbiano avuto la freddezza e la lucidità di completare la vendita Over the Counter, anche perché per perfezionare una transazione simile possono volerci anche giorni, soprattutto in una fase di forti movimenti dei prezzi (e a maggior ragione dopo la rottura di un livello chiave).

Molto più semplice e immediato procedere alla vendita nei classici spot market, cioè le varie piattaforme di scambio del mercato e questo chiaramente ha influito direttamente sulla quotazione, al contrario delle transazioni OTC.

Anche gli investitori retailers che nei mesi scorsi avevano iniziato ad accumulare bitcoin sulle ali dell’entusiasmo per lo stesso ordine di ragioni illustrato in precedenza, sono rimasti bruciati dal brusco calo e hanno iniziato a vendere le proprie monete.

Stesso discorso per tutti quei traders che operano con il margin trading: infatti tra il 14 e il 15 novembre sono scattate una serie impressionante di margin calls che hanno portato alla liquidazione forzata di tutte le posizioni long aperte nelle settimane e nei mesi precedenti.

Alla luce di questi elementi di considerazione, è chiaro a mio parere come il panic selling derivante dalla rottura del supporto in are 6000$ abbia innescato il sell off che ha dato il là al crollo del bitcoin; sell-off che ha continuato ad autoalimentarsi fino a spingere la moneta sotto i $ 5000.

Da notare come nel giro di una settimana siano stati spazzati via due supporti considerati molto solidi, come i $ 6000 che hanno sostenuto la quotazione per tutto il 2018 e i $ 5000 che rappresentano un livello chiave e un’importante soglia psicologica.

A questo punto la rottura tecnica dei $ 5000 ha determinato il cedimento del fronte di quegli investitori che avevano resistito alla prima ondata di vendite, che dunque sono corsi a liquidare le posizioni residue e hanno condotto il bitcoin a violare anche il supporto in area $ 4000 il 24 novembre.

Questo a mio parere è ciò che è avvenuto dal punto di vista tecnico.

Ora proviamo a individuare i drivers fondamentali che hanno contribuito a determinare il primo sell-off del 14 novembre.

La speculazione

Molti hanno gridato alla speculazione.

Non mi sento di escludere a priori qualche manovra speculativa, anche se non credo abbia influito direttamente sul calo delle ultime settimane.

Non si può negare però che ci siano state alcune circostanze quantomeno sospette.

Infatti i prodotti finanziari in fase di lancio elencati in precedenza favoriranno l’ingresso di capitali istituzionali e di grandi investitori, dunque potrebbero essere state messe in campo una serie di manovre volte a sopprimere temporaneamente il prezzo del bitcoin, così da favorire l’ingresso di questa liquidità a condizioni più vantaggiose.

E in un mercato small cap come quello crypto, dove è sufficiente disporre di fondi nell’ordine di milioni di dollari per provocare oscillazioni della quotazione di svariati punti %, implementare simili strategie è davvero semplice.

In quest’ottica, la speculazione potrebbe aver contribuito indirettamente al pesante calo del bitcoin, spingendo il prezzo violentemente al ribasso il 14 novembre fino a rompere il supporto chiave sui 6000$, così da innescare il successivo panic selling.

Siamo comunque nel campo della teoria e non c’è possibilità di fornire un supporto probatorio a queste affermazioni, dunque vanno considerate esclusivamente ipotesi.

Il “Tether affaire”

Uno degli eventi principali che ha contribuito a creare paura e incertezza del mercato, è stato senza dubbio lo spread tra gli USDT e il dollaro (la moneta di cui questi token dovrebbero replicare l’andamento), che dal 15 ottobre ha condizionato pesantemente gli scambi

Ho già scritto a proposito del tether affaire e qui puoi approfondire la storia, dunque non mi soffermerò a spiegare l’antefatto.

Oggi gli inutili allarmismi delle ultime settimane in merito all’insolvenza della società Tether sono rientrati, infatti quest’ultima ha completamente chiarito la propria posizione e al momento della scrittura lo scostamento tra gli USDT e il dollaro è praticamente azzerato.

Tutto lo stress scontato dal mercato però, ha inevitabilmente prodotto delle tensioni che hanno contribuito a minare la fiducia che aveva caratterizzato invece l’ultimo periodo.

L’hard fork di bitcoin cash

Da molti è stato considerato il trigger event che ha determinato il crollo delle quotazioni di tutto il mercato delle criptovalute.

Sicuramente l’hash war a cui abbiamo assistito nelle scorse settimane è stata uno spettacolo poco edificante, che apre le porte a tutta una serie di considerazioni su una reale e poco rassicurante concentrazione di potere nelle mani di queste società di mining.

Credo infatti che tutti gli eventi e le contraddizioni emerse dall’hard fork di Bch abbiano contribuito ad acuire le tensioni nel mercato, già provato dal tether affaire.

Inoltre la paura che in un prossimo futuro si possano verificare degli hard fork anche su altre blockchain che al momento sono rimaste indenni da tali problematiche, ha finito per destabilizzare ulteriormente l’ambiente.

Consideriamo come gli hard fork rappresentino anche la causa di una possibile perdita improvvisa non preventivabile in fase di due diligence e di programmazione di un investimento, e questo chiaramente spaventa gli investitori.

A questo punto è chiaro come anche l’hard fork di bitcoin cash si sia inserito in un contesto già fortemente permeato da paura, dubbio e incertezza.

La faida dei miners

Attualmente è in atto una vera e propria faida tra le grandi società di mining, tesa a ottenere il monopolio su quello che rappresenta uno dei business più redditizi nel panorama delle valute digitali.

Minare bitcoin può essere profittevole fino a una determinata soglia di prezzo e una delle variabili che determinano l’andamento dei guadagni è il costo dell’energia elettrica.

Chi volesse crearsi una posizione dominante nel mercato, non dovrebbe far altro che provocare un repentino calo delle quotazioni e operare in perdita per un arco temporale prestabilito.

In questo modo tutti i miners entrati da poco nel business o che non sono riusciti ad aggiornare i propri hardware per tutta una serie di ragioni, si troveranno in una condizione di svantaggio e di grande difficoltà e ragionevolmente saranno costretti ad abbandonare il mercato.

Le stesse dinamiche che hanno visto negli anni scorsi le multinazionali della grande distribuzione massacrare letteralmente la concorrenza, grazie a una politica di sottocosto che ha portato le stesse grandi catene a operare in perdita, fino alla progressiva chiusura di tutti i competitors della zona.

A tal proposito, la scorsa settimana il Ceo di F2 Pool, mining pool cinese, ha stimato che circa 600 mila miners hanno cessato le proprie attività dopo il crollo del bitcoin di metà novembre.

Questo si evince chiaramente dal progressivo e costante calo della “difficoltà” nel mining del bitcoin.

L’algoritmo che regola la difficoltà di hashing del bitcoin normalmente viene regolato ogni due settimane, per mantenere il tempo medio necessario alla validazione di un blocco nei 10 minuti.

Dal pesante drop del bitcoin di metà novembre, la difficoltà nel mining del bitcoin è in continua diminuzione.

bitcoin difficulty

Questo improvviso calo, ci conferma proprio come molti miners abbiano semplicemente abbandonato l’attività

Alla luce di questi elementi di considerazione, il bitcoin potrebbe entrare in una lunga fase di ranging market necessaria a stabilizzare il mercato, espellere i miners non attrezzati a questa eventualità e, come dicevamo in precedenza, favorire l’ingresso degli operatori istituzionali e grandi investitori a condizioni decisamente più vantaggiose rispetto a un mese fa.

Bitcoin whales

Quasi la metà dei bitcoin in circolazione (consideriamo che dei 17.408.375 attualmente disponibili, circa 5 milioni sono andati perduti a causa dello smarrimento delle chiavi private) sono concentrati nelle mani di un migliaio di persone o fondi d’investimento.

I proprietari di questi wallet da migliaia di pezzi (per un controvalore di centinaia di milioni di dollari), nell’ambiente sono definiti balene.

La fase depressiva delle quotazioni del bitcoin e delle principali criptovalute iniziata a giugno, preceduta della bull run di aprile e inizio maggio con il bitcoin che ha toccato quota $ 10000, potrebbe essere una diretta conseguenza delle azioni di queste balene.

Ricordiamo come il 12 aprile 2018 si sia verificato un imponente short squeeze che ha causato un crollo dei contratti di vendita allo scoperto su bitfinex (uno dei principali exchange del mercato cripto) dalla cifra record di 40000 a 23000 nel giro di qualche ora, con conseguente liquidazione forzata di molte posizioni e buy back del bitcoin. Ovviamente tali ricoperture hanno alimentato quella che è stata una salita vertiginosa delle quotazioni, che hanno fatto registrare un +18% nel giro di qualche ora.

bitcoin shorts

Questa, come altre dinamiche, sono verosimilmente delle manovre propiziate dalle cosiddette balene allo scopo di speculare sull’inesperienza e a estromettere dal mercato la “stupid money” degli investitori retailers dell’ultimo momento, che hanno iniziato a operare nel settore delle valute digitali esclusivamente sull’onda della ribalta mediatica raggiunta nel 2018 dal bitcoin, ottenendo anche l’effetto secondario di accrescere ulteriormente la concentrazione di bitcoin in loro possesso.

La presenza di queste bitcoin whales dunque, in grado di provocare improvvisi e incisivi movimenti di mercato, sta mettendo molta pressione agli investitori retailers e contribuisce ad aumentare la diffidenza degli investitori istituzionali, alimentando così un’atmosfera caratterizzata da dubbio e incertezza.

Considerazioni finali

Alla luce degli elementi analizzati nel corso dell’analisi, la situazione del bitcoin nel breve termine è dominata da profonda indecisione e oggettivamente è quasi impossibile prevedere quale sarà l’andamento delle quotazioni nei prossimi giorni.

Certo è che, se i ribassisti continueranno ad avere il pieno controllo delle operazioni, sarà molto dura per i tori difendere l’attuale support zone nell’area di prezzo 3600/3700 e non è da escludere che successivi test del livello porteranno a un suo cedimento aprendo la strada verso il prossimo supporto chiave in zona $ 3000.

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bitcoin support zone

Marriott, sottratti i dati sensibili di 500 milioni di clienti: ecco cosa fare

Marriott, sottratti i dati sensibili di 500 milioni di clienti: ecco cosa fare

Il 30 novembre 2018 la nota catena Marriott ha annunciato di aver subito un attacco informatico che ha causato la violazione dei database e la sottrazione dei dati di circa 500 milioni di clienti che hanno soggiornato in una delle prestigiose strutture del marchio dal 2014 al settembre 2018.

Per la maggior parte dei clienti interessati, i dati violati includono una combinazione di nome, indirizzo, numero di telefono, indirizzo e-mail, numero di passaporto, informazioni sull’account Starwood Preferred Guest, data di nascita, sesso, arrivo e partenza e data di prenotazione.

In alcuni casi sono stati sottratti anche i dati della carta di credito, anche se questi ultimi sono stati crittografati con l‘Advanced Encryption Standard (AES-128).

Qui puoi leggere il comunicato ufficiale relativo all’attacco informatico.

Gli hackers hanno crittografato le informazioni prima dell’esfiltrazione dei dati.

Le proprietà di Starwood colpite dall’attacco sono le seguenti:

  • Westin
  • Sheraton
  • The Luxury Collection
  • Four Points by Sheraton
  • W Hotels
  • St. Regis
  • Le Méridien
  • Aloft
  • Element
  • Tribute Portfolio
  • Design Hotels

Cosa fare se ho soggiornato in una delle strutture colpite nel periodo di riferimento?

Negli ultimi anni è sempre più frequente leggere notizie in merito a furti di dati sensibili dei clienti di qualche grande azienda.

A fronte di quello che sembra un fenomeno inarrestabile, i consumatori spesso sono disorientati e non hanno idea di quali misure implementare per ridurre la vulnerabilità e l’esposizione a questo genere di attacchi.

Se hai il sospetto di essere tra i clienti di una delle società che ha subito un data breach, di seguito trovi una comoda check list dove sono riassunti le azioni principali per controllare il proprio “status” e proteggersi per il futuro.

Reset delle password

Cambia le tue password di tutti gli account che potrebbero essere stati esposti a un attacco.

Inoltre dovresti seriamente considerare l’abilitazione dell’autenticazione multi fattore: in questo modo anche se i criminali informatici rubano le tue credenziali di accesso, non saranno in grado di accedere ai tuoi account senza almeno un altro device o software di autenticazione, come ad esempio il tuo telefono.

Controlla i tuoi conti correnti e carte di credito

Controlla con cura tutte le attività connesse ai tuoi account bancari e ricerca proattivamente eventuali situazioni anomale o sospette.

Considera anche l’ipotesi di congelare i tuoi conti, così da rendere più difficile l’apertura di una linea di credito a tuo nome (in seguito potrai rimuovere il blocco contattando le relative agenzie emittenti).

Controlla attentamente la tua casella di posta

I cybercriminali sanno che milioni di vittime di una data violazione di dati si aspettano una comunicazione relativa agli account compromessi da parte dell’azienda coinvolta.

In tale contesto, qualcuno potrebbe approfittare della cosa inviando delle e-mail di phishing nel tentativo di carpire ulteriori informazioni personali e completare il profilo dei dati della vittima.

Leggi alcuni consigli su come individuare una mail di phishing.

Controlla le mail ricevute da Marriott (se ritieni di essere tra le potenziali vittime del furto di dati) e più in generale qualsiasi comunicazione che arriva da un’azienda, società o banca sempre con un’attenzione particolare. MAI cliccare eventuali link presenti nel corpo della mail, perchè rischieresti di essere indirizzato su un sito clone dove i dati inseriti cadrebbero nelle mani dei malintenzionati o, peggio, di installare un codice malevolo (virus) sul tuo dispositivo.

Cosa fare per proteggere la tua azienda?

In un mondo in cui le violazioni e gli attacchi informatici difficilmente possono essere contenuti, è importante mettere in campo tutte le risorse e le misure necessarie a proteggere i dati dei propri clienti e la reputazione stessa dell’azienda.

In tal senso, è importante avere sempre un atteggiamento proattivo e affidare a dei professionisti del settore la protezione dei propri Centri Elaborazione Dati.

Un ottimo inizio potrebbe essere quello di investire in un prodotto per la protezione degli endpoint e in un programma di prevenzione della perdita e della sottrazione dei dati, così da assicurarsi che gli avvisi su attacchi simili giungano il più rapidamente possibile al personale preposto.

Se hai deciso di investire in criptovalute, la sicurezza dei tuoi dispositivi è assolutamente prioritaria!

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Bitcoin: mining e profittabilità, siamo al bottom?

Bitcoin: mining e profittabilità, siamo al bottom?

Spesso nelle varie community abbiamo sentito qualcuno affermare che mai il prezzo del bitcoin sarebbe potuto scendere sotto una determinata soglia (prima $6000, poi $ 5000), in quanto un tale calo avrebbe determinato per i miners un saldo negativo in termini di profitto.

Non si capisce bene come tali analisti siano giunti a queste conclusioni, ma è bene sottolineare come il profitto derivante da tale attività non sia un numero astratto ma il risultato di calcoli precisi messi a sistema con una serie di altre variabili.

Ora, al netto della leggerezza con cui nel recente passato sono state fatte tali affermazioni, che denotano una scarsa attitudine nelle cryptocommunity alla verifica di fonti e notizie e una mera riproposizione acritica delle informazioni reperite in rete, è interessante notare come dopo l’ulteriore calo di ieri del bitcoin, i profitti derivanti dal mining (in base al paese, al costo dell’elettricità e al device utilizzato) siano arrivati in prossimità dello zero, quando non in negativo.

bitcoin mining

 

 

In tale contesto, si evidenzia come, a seconda della posizione geografica, i rendimenti possano variare sensibilmente e, ad oggi, il paese migliore per effettuare attività di mining sia il Venezuela.

paesi migliori per il bitcoin mining

Inoltre ci sono anche altre aree nel mondo dove, con un buon equipaggiamento, è possibile minare bitcoin intorno ai $ 4000.

Qui potete calcolare la profittabilità del mining inserendo l’hardware che eventualmente utilizzate e il costo dell’elettricità.

Bitcoin: siamo al bottom?

Questo potrebbe essere un elemento che dà forza a chi afferma che i livelli raggiunti ieri ($3500/3800) siano vicini al bottom?

Potrebbe.

bitcoin weekly

Anche i volumi incredibili della settimana appena conclusa, apprezzabili sul grafico settimanale, insieme alla lunga candela rossa relativa al prezzo, sono un segnale interessante in tal senso.

Analizzando i livelli dei volumi raggiunti a dicembre 2017 (e le corrispondenti candele) in relazione alla quotazione, vediamo come questo spesso sia un buon indicatore per individuare il top (inizio dicembre 2017) e forse il bottom (novembre 2018).

Anche l’RSI settimanale in zona oversold è un’ulteriore conferma al riguardo.

Ovviamente il condizionale è d’obbligo, anche alla luce dell’attuale fase delicata e del sentiment generale nel mercato, attualmente improntato su un’estrema negatività.

Crisi del debito: una nuova recessione all’orizzonte?

Crisi del debito: una nuova recessione all’orizzonte?

A dieci anni di distanza dalla grande recessione, si profila all’orizzonte una nuova crisi.

I livelli dei mercati azionari sui massimi storici e la tendenza all’aumento dei prezzi del settore immobiliare, rispecchiano lo scenario che ha preceduto lo schianto del 2008, quando dopo un lungo periodo di tassi d’interesse molto bassi, la Fed negli Stati Uniti ha avviato una politica di aumento dei tassi (esattamente come sta avvenendo in questi ultimi mesi), impattando negativamente sulla ricchezza delle famiglie e sui consumi.

Negli anni precedenti la recessione del 2008 infatti, la Fed ha ridotto i tassi d’interesse al minimo dell’1%, abbassando così gli interessi sui mutui e favorendo la crescita dei prezzi degli immobili di circa il 10% annuo.

La storia si ripete?

Quando la Fed nel 2005 ha iniziato ad aumentare i tassi, la bolla immobiliare è scoppiata nel giro di due anni.

Infatti molte persone hanno visto lievitare i propri mutui e non sono più riusciti a farvi fronte, vedendosi così ipotecare le case.

Le vendite delle proprietà pignorate hanno provocato un ulteriore calo delle quotazioni, portando l’indice nazionale dei prezzi delle case a diminuire del 30% in meno di tre anni.

Le banche che detenevano i mutui e i prodotti finanziari a essi collegati, hanno visto crollare i rispettivi profitti.

Nel 2009 ben 140 banche statunitensi sono fallite e, quelle che sono “sopravvissute”, spaventate dall’acuirsi della crisi hanno evitato di erogare nuovi mutui e prestiti alle imprese e addirittura si sono rifiutate di concedere prestiti ad altre banche i cui bilanci erano anch’essi in calo.

Il calo dei prezzi delle case dal 2007 al 2009 e la concomitante crisi dei mercati azionari, ha fatto crollare la spesa dei consumatori spingendo così l’economia in recessione.

Il crollo del credito bancario ha dato il colpo di grazia al sistema e ha contribuito a rallentare la ripresa negli anni successivi.

Tornando all’attualità, la bolla immobiliare riscontrabile in alcune aree del mondo non è paragonabile a quella pre 2008, dunque il rischio principale è dato da un calo del mercato azionario che, unitamente alla crisi del debito delle famiglie americane, potrebbe indurre una nuova contrazione dei consumi e spingere l’economia in recessione.

Oggi i prezzi delle azioni sono alti perché sostanzialmente i tassi di interesse a lungo termine sono estremamente bassi.

Infatti il tasso di interesse sui titoli del tesoro americano è inferiore al 3%, il che significa che il rendimento di queste obbligazioni al netto dell’inflazione è vicino allo zero.

Dunque la ricerca di maggiori rendimenti spinge gli investitori verso le azioni, facendo salire i prezzi delle stesse.

Ma i tassi a lungo termine stanno iniziando a salire e probabilmente aumenteranno sostanzialmente nel prossimo futuro, spinti dall’inflazione.

Tassi d'interesse USA rischio recessione

E poiché il deficit di spesa federale annuo esploderà nel prossimo decennio, occorreranno tassi di interesse a lungo termine sempre più alti per convincere gli investitori ad assorbire il debito con l’acquisto dei titoli di stato.

Non sarebbe sorprendente vedere nel prossimo futuro il rendimento dei Treasury a 10 anni superiore al 5%, con il rendimento reale che, al netto dell’inflazione, passa da zero a oltre il 2%.

Secondo l’economista statunitense Martin Feldstein, man mano che i tassi d’interesse a breve e a lungo termine si normalizzeranno, è probabile che anche i prezzi azionari tornino sui livelli medi del rapporto prezzo/utili.

Se il P/E ratio (Price-Earnings Ratio) dello Standard and Poor’s 500 regredisce alla sua media storica, oltre il 30% al di sotto del livello attuale, $ 10 trilioni della ricchezza delle famiglie verrebbero spazzati via.

S&P 500 P/E RATIO rischio recessione

Secondo Feldstein: “La passata relazione tra ricchezza delle famiglie e spesa dei consumatori suggerisce che un tale calo ridurrebbe la spesa annuale di circa $ 400 miliardi, riducendo il prodotto interno lordo del 2%. Aggiungendo a questa crisi della spesa gli effetti sugli investimenti delle imprese, il rischio di veder piombare l’economia nuovamente in recessione è alto.”

Quale scenario ci aspetta?

Solitamente le recessioni sono di breve durata, con una media di circa un anno tra lo scoppio della crisi e l’inizio della ripresa. perché le banche centrali rispondono alla crisi tagliando bruscamente i tassi d’interesse.

Questa volta però le banche centrali dei vari paesi non hanno praticamente spazio per una manovra simile (alla fed va un po’ meglio dato che le ultime previsioni danno i tassi al 3% entro il 2020, mentre in Europa ad esempio siamo ancora in prossimità dello zero).

Il disavanzo pubblico negli USA dovrebbe superare il trilione di dollari annuo nei prossimi anni e si prevede che il debito pubblico federale salga dal 75% del PIL a quasi il 100% entro la fine del decennio.

Anche da questo punto di vista all’Europa non va meglio, con i disavanzi pubblici degli stati membri in costante aumento e i debiti pubblici sempre più sotto pressione.

In questo scenario, la prossima recessione potrebbe essere più lunga e profonda del solito e sfortunatamente, non c’è nulla a questo punto che le banche centrali o qualsiasi altro attore governativo possa fare per evitare che ciò accada.

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