Dopo la NYSE, la CBOE presenta nuovamente l’istanza per un Bitcoin ETF

Dopo la NYSE, la CBOE presenta nuovamente l’istanza per un Bitcoin ETF

La Chicago Board Options Exchange torna in pista ripresentando la sua proposta congiunta con le società VanEck e Solid X per il rilascio di Bitcoin ETF.

L’istanza era stata ritirata a metà gennaio per evitare il probabile rigetto a causa dello shutdown del governo USA, che avrebbe compromesso il lavoro di tutte le agenzie federali compresa la Sec.

La deadline per la decisione finale era originariamente prevista per il 27 febbraio, dopo che la Sec aveva utilizzato tutto il tempo a sua disposizione per analizzare la proposta.

Dopo il ritiro e la nuova presentazione però, la procedura partirà dall’inizio e, una volta pubblicata nel registro federale, la SEC avrà un massimo di 240 giorni per decidere se approvare o rifiutare la proposta.
 
 
La nuova istanza infatti non è stata ancora pubblicata, il che significa che non è iniziato il conto alla rovescia perchè la Securities and Exchange Commission prenda una decisione.
 
Il rinnovo della richiesta arriva dopo che la New York Stock Exchange ha presentato a sua volta la propria istanza per l’approvazione di Bitcoin ETF in collaborazione con l’asset manager Bitwise.
 
Anche in questo caso, la proposta della NYSE non è stata ancora pubblicata nel Registro federale dunque non abbiamo ancora una deadline.
 
La brutta notizia è che per vedere un bitcoin ETF ora dovremo aspettare presumibilmente altri 8 mesi, ma quella buona è che adesso abbiamo 2 istanze presentate da due delle borse più prestigiose degli Stati Uniti e che hanno ottime probabiità di essere approvate.
 
Fonte: Coindesk
 
 
 
 
 

Segui Bitcoin Facile su Telegram

Bitcoin, quale scenario ci aspetta nel 2019?

Bitcoin, quale scenario ci aspetta nel 2019?

Il Bitcoin sembra aver temporaneamente arrestato la sua discesa. Andiamo ad analizzare i livelli di prezzo significativi nel lungo periodo per capire cosa aspettarci nel corso del 2019.

Dopo una panoramica delle principali notizie, troverai un interessante parallelo tra l’andamento dell’oro e del bitcoin al momento del lancio dei primi contratti futures , dove emergono delle incredibili analogie.

Buona visione

Ethereum: crollo lampo a $13 su coinbase pro

Ethereum: crollo lampo a $13 su coinbase pro

Ieri Ethereum ha subito un flash crash anomalo che ha portato la moneta a raggiungere i $ 13,05 su Coinbase pro, una delle piattaforme più popolari del mercato.

Oggi Ethereum è scambiato a poco più di $ 85. Tuttavia, sembra che alcuni trader fortunati abbiano avuto l’opportunità di acquistare Ethereum ben al di sotto del prezzo corrente.

ethereum crollo lampo

Coinbase ha recentemente sperimentato quello che sembra un crash lampo sulla coppia ETH/USDC.

Nel 2017 si era verificato un episodio analogo, che aveva portato ethereum a toccare i 10 centesimi di dollaro.

Uno dei fortunati traders, ha twittato entusiasta che tutti i limit order piazzati ben al di sotto dell’attuale quotazione sono stati eseguiti.

crollo lampo di ethereum

Nessuno sa davvero quali siano state le cause che hanno determinato questo crollo lampo.

Probabilmente qualche start up del settore che ha deciso di liquidare tutti gli ethereum raccolti in fase di ICO, oppure un trader incauto che ha piazzato un ordine di vendita errato. Quale che sia la verità, il dato certo è che l’operazione è stata eseguita in open market e chiaramente ha condotto la moneta fino al bottom dei $ 13, quando l’ordine di vendita è stato completamente eseguito.

Ovviamente non è da escludere una manovra speculativa.

Il pesante calo si è verificato solo sul cross ETH/USDC, mentre i cross in euro e dollaro sono rimasti inalterati.

Per qualcuno è stata davvero una giornata profittevole, con la strategia low ball pienamente riuscita, mentre per altri è stata decisamente una disfatta.

Iscriviti alla mia newsletter e seguimi su telegram per essere sempre aggiornato sulle news principali del mercato e ricevere tutte le mie analisi e video analisi.

ethereum crollo lampo

 

Cosa ha determinato il crollo del bitcoin?

Cosa ha determinato il crollo del bitcoin?

Nelle ultime settimane ho letto molte analisi in merito alle cause che avrebbero innescato il pesante calo del bitcoin di metà novembre.

Alcune sensate, altre caratterizzate da elementi di considerazione senza alcun fondamento.

Con quest’articolo voglio mettere a sistema tutte le informazioni relative agli ultimi eventi e delineare il quadro che ha determinato l’attuale scenario.

Ricostruiamo quanto accaduto negli ultimi mesi.

Da inizio settembre fino a metà novembre 2018 il bitcoin è entrato in una fase di ranging market che ha determinato un calo drastico della volatilità e dei volumi di scambio, tanto che la moneta e il mercato cripto per alcune settimane hanno presentato dei profili di stabilità maggiori rispetto ai principali titoli azionari, che da ottobre sono in forte sofferenza.

Parallelamente abbiamo assistito a enormi volumi di scambio sul mercato OTC (Over the Counter), segnale chiaro che grossi investitori avevano iniziato ad accumulare grosse quantità di bitcoin.

Vi ricordo che in quella fase il trading range era tra i $ 6000 e i 6800.

Voglio sottolineare come fino a metà novembre nessuno si aspettava un calo della moneta sotto i $ 6000, anzi l’entusiasmo generato dall’imminente rilascio di alcuni prodotti finanziari a replica fisica del bitcoin, tra cui i futures della piattaforma BAKKT di proprietà della New York Stock Exchange, e dalle buone probabilità di vedere entro la primavera del 2019 i primi bitcoin ETF, aveva indotto molti analisti a effettuare dei paralleli con l’autunno 2017, prima della bull run di fine anno.

Anche il quadro fondamentale del bitcoin e dell’intero mercato era, ed è ancora, estremamente positivo.

 Infatti in tale ottica ricordiamo i primi tentativi in Europa di introdurre le criptovalute nelle legislazioni dei singoli stati (con il Parlamento europeo che con la direttiva 2018/843 di fatto obbliga gli stati membri a introdurre lo status di Valute Digitali nei rispettivi ordinamenti giuridici entro il 2020) e il primo framework normativo del governo maltese che regolamenta gli asset finanziari virtuali.

Per non parlare delle adozioni di altre blockchain come Ripple e Stellar da parte di multinazionali che operano nel settore dell’informatica e dell’instant payment.

Dunque che cosa è successo?

A mio avviso, da un punto di vista squisitamente tecnico, dopo la rottura del supporto chiave in area $ 6000 il 14 novembre, è iniziata una reazione a catena che ha determinato il sell-off e il conseguente crollo del bitcoin fino alle quotazioni attuali.

Intanto tutti quegli operatori che da mesi accumulavano grosse quantità di bitcoin sul mercato OTC, sono rimasti spiazzati dall’evento e c’è da scommettere che per minimizzare le perdite siano corsi a smobilitare parte, se non tutte, le posizioni aperte nei mesi precedenti.

Viste le grosse cifre in gioco, sono certo che non tutti abbiano avuto la freddezza e la lucidità di completare la vendita Over the Counter, anche perché per perfezionare una transazione simile possono volerci anche giorni, soprattutto in una fase di forti movimenti dei prezzi (e a maggior ragione dopo la rottura di un livello chiave).

Molto più semplice e immediato procedere alla vendita nei classici spot market, cioè le varie piattaforme di scambio del mercato e questo chiaramente ha influito direttamente sulla quotazione, al contrario delle transazioni OTC.

Anche gli investitori retailers che nei mesi scorsi avevano iniziato ad accumulare bitcoin sulle ali dell’entusiasmo per lo stesso ordine di ragioni illustrato in precedenza, sono rimasti bruciati dal brusco calo e hanno iniziato a vendere le proprie monete.

Stesso discorso per tutti quei traders che operano con il margin trading: infatti tra il 14 e il 15 novembre sono scattate una serie impressionante di margin calls che hanno portato alla liquidazione forzata di tutte le posizioni long aperte nelle settimane e nei mesi precedenti.

Alla luce di questi elementi di considerazione, è chiaro a mio parere come il panic selling derivante dalla rottura del supporto in are 6000$ abbia innescato il sell off che ha dato il là al crollo del bitcoin; sell-off che ha continuato ad autoalimentarsi fino a spingere la moneta sotto i $ 5000.

Da notare come nel giro di una settimana siano stati spazzati via due supporti considerati molto solidi, come i $ 6000 che hanno sostenuto la quotazione per tutto il 2018 e i $ 5000 che rappresentano un livello chiave e un’importante soglia psicologica.

A questo punto la rottura tecnica dei $ 5000 ha determinato il cedimento del fronte di quegli investitori che avevano resistito alla prima ondata di vendite, che dunque sono corsi a liquidare le posizioni residue e hanno condotto il bitcoin a violare anche il supporto in area $ 4000 il 24 novembre.

Questo a mio parere è ciò che è avvenuto dal punto di vista tecnico.

Ora proviamo a individuare i drivers fondamentali che hanno contribuito a determinare il primo sell-off del 14 novembre.

La speculazione

Molti hanno gridato alla speculazione.

Non mi sento di escludere a priori qualche manovra speculativa, anche se non credo abbia influito direttamente sul calo delle ultime settimane.

Non si può negare però che ci siano state alcune circostanze quantomeno sospette.

Infatti i prodotti finanziari in fase di lancio elencati in precedenza favoriranno l’ingresso di capitali istituzionali e di grandi investitori, dunque potrebbero essere state messe in campo una serie di manovre volte a sopprimere temporaneamente il prezzo del bitcoin, così da favorire l’ingresso di questa liquidità a condizioni più vantaggiose.

E in un mercato small cap come quello crypto, dove è sufficiente disporre di fondi nell’ordine di milioni di dollari per provocare oscillazioni della quotazione di svariati punti %, implementare simili strategie è davvero semplice.

In quest’ottica, la speculazione potrebbe aver contribuito indirettamente al pesante calo del bitcoin, spingendo il prezzo violentemente al ribasso il 14 novembre fino a rompere il supporto chiave sui 6000$, così da innescare il successivo panic selling.

Siamo comunque nel campo della teoria e non c’è possibilità di fornire un supporto probatorio a queste affermazioni, dunque vanno considerate esclusivamente ipotesi.

Il “Tether affaire”

Uno degli eventi principali che ha contribuito a creare paura e incertezza del mercato, è stato senza dubbio lo spread tra gli USDT e il dollaro (la moneta di cui questi token dovrebbero replicare l’andamento), che dal 15 ottobre ha condizionato pesantemente gli scambi

Ho già scritto a proposito del tether affaire e qui puoi approfondire la storia, dunque non mi soffermerò a spiegare l’antefatto.

Oggi gli inutili allarmismi delle ultime settimane in merito all’insolvenza della società Tether sono rientrati, infatti quest’ultima ha completamente chiarito la propria posizione e al momento della scrittura lo scostamento tra gli USDT e il dollaro è praticamente azzerato.

Tutto lo stress scontato dal mercato però, ha inevitabilmente prodotto delle tensioni che hanno contribuito a minare la fiducia che aveva caratterizzato invece l’ultimo periodo.

L’hard fork di bitcoin cash

Da molti è stato considerato il trigger event che ha determinato il crollo delle quotazioni di tutto il mercato delle criptovalute.

Sicuramente l’hash war a cui abbiamo assistito nelle scorse settimane è stata uno spettacolo poco edificante, che apre le porte a tutta una serie di considerazioni su una reale e poco rassicurante concentrazione di potere nelle mani di queste società di mining.

Credo infatti che tutti gli eventi e le contraddizioni emerse dall’hard fork di Bch abbiano contribuito ad acuire le tensioni nel mercato, già provato dal tether affaire.

Inoltre la paura che in un prossimo futuro si possano verificare degli hard fork anche su altre blockchain che al momento sono rimaste indenni da tali problematiche, ha finito per destabilizzare ulteriormente l’ambiente.

Consideriamo come gli hard fork rappresentino anche la causa di una possibile perdita improvvisa non preventivabile in fase di due diligence e di programmazione di un investimento, e questo chiaramente spaventa gli investitori.

A questo punto è chiaro come anche l’hard fork di bitcoin cash si sia inserito in un contesto già fortemente permeato da paura, dubbio e incertezza.

La faida dei miners

Attualmente è in atto una vera e propria faida tra le grandi società di mining, tesa a ottenere il monopolio su quello che rappresenta uno dei business più redditizi nel panorama delle valute digitali.

Minare bitcoin può essere profittevole fino a una determinata soglia di prezzo e una delle variabili che determinano l’andamento dei guadagni è il costo dell’energia elettrica.

Chi volesse crearsi una posizione dominante nel mercato, non dovrebbe far altro che provocare un repentino calo delle quotazioni e operare in perdita per un arco temporale prestabilito.

In questo modo tutti i miners entrati da poco nel business o che non sono riusciti ad aggiornare i propri hardware per tutta una serie di ragioni, si troveranno in una condizione di svantaggio e di grande difficoltà e ragionevolmente saranno costretti ad abbandonare il mercato.

Le stesse dinamiche che hanno visto negli anni scorsi le multinazionali della grande distribuzione massacrare letteralmente la concorrenza, grazie a una politica di sottocosto che ha portato le stesse grandi catene a operare in perdita, fino alla progressiva chiusura di tutti i competitors della zona.

A tal proposito, la scorsa settimana il Ceo di F2 Pool, mining pool cinese, ha stimato che circa 600 mila miners hanno cessato le proprie attività dopo il crollo del bitcoin di metà novembre.

Questo si evince chiaramente dal progressivo e costante calo della “difficoltà” nel mining del bitcoin.

L’algoritmo che regola la difficoltà di hashing del bitcoin normalmente viene regolato ogni due settimane, per mantenere il tempo medio necessario alla validazione di un blocco nei 10 minuti.

Dal pesante drop del bitcoin di metà novembre, la difficoltà nel mining del bitcoin è in continua diminuzione.

bitcoin difficulty

Questo improvviso calo, ci conferma proprio come molti miners abbiano semplicemente abbandonato l’attività

Alla luce di questi elementi di considerazione, il bitcoin potrebbe entrare in una lunga fase di ranging market necessaria a stabilizzare il mercato, espellere i miners non attrezzati a questa eventualità e, come dicevamo in precedenza, favorire l’ingresso degli operatori istituzionali e grandi investitori a condizioni decisamente più vantaggiose rispetto a un mese fa.

Bitcoin whales

Quasi la metà dei bitcoin in circolazione (consideriamo che dei 17.408.375 attualmente disponibili, circa 5 milioni sono andati perduti a causa dello smarrimento delle chiavi private) sono concentrati nelle mani di un migliaio di persone o fondi d’investimento.

I proprietari di questi wallet da migliaia di pezzi (per un controvalore di centinaia di milioni di dollari), nell’ambiente sono definiti balene.

La fase depressiva delle quotazioni del bitcoin e delle principali criptovalute iniziata a giugno, preceduta della bull run di aprile e inizio maggio con il bitcoin che ha toccato quota $ 10000, potrebbe essere una diretta conseguenza delle azioni di queste balene.

Ricordiamo come il 12 aprile 2018 si sia verificato un imponente short squeeze che ha causato un crollo dei contratti di vendita allo scoperto su bitfinex (uno dei principali exchange del mercato cripto) dalla cifra record di 40000 a 23000 nel giro di qualche ora, con conseguente liquidazione forzata di molte posizioni e buy back del bitcoin. Ovviamente tali ricoperture hanno alimentato quella che è stata una salita vertiginosa delle quotazioni, che hanno fatto registrare un +18% nel giro di qualche ora.

bitcoin shorts

Questa, come altre dinamiche, sono verosimilmente delle manovre propiziate dalle cosiddette balene allo scopo di speculare sull’inesperienza e a estromettere dal mercato la “stupid money” degli investitori retailers dell’ultimo momento, che hanno iniziato a operare nel settore delle valute digitali esclusivamente sull’onda della ribalta mediatica raggiunta nel 2018 dal bitcoin, ottenendo anche l’effetto secondario di accrescere ulteriormente la concentrazione di bitcoin in loro possesso.

La presenza di queste bitcoin whales dunque, in grado di provocare improvvisi e incisivi movimenti di mercato, sta mettendo molta pressione agli investitori retailers e contribuisce ad aumentare la diffidenza degli investitori istituzionali, alimentando così un’atmosfera caratterizzata da dubbio e incertezza.

Considerazioni finali

Alla luce degli elementi analizzati nel corso dell’analisi, la situazione del bitcoin nel breve termine è dominata da profonda indecisione e oggettivamente è quasi impossibile prevedere quale sarà l’andamento delle quotazioni nei prossimi giorni.

Certo è che, se i ribassisti continueranno ad avere il pieno controllo delle operazioni, sarà molto dura per i tori difendere l’attuale support zone nell’area di prezzo 3600/3700 e non è da escludere che successivi test del livello porteranno a un suo cedimento aprendo la strada verso il prossimo supporto chiave in zona $ 3000.

Iscriviti alla mia newsletter e seguimi su telegram per essere sempre aggiornato sulle news principali del mercato e ricevere tutte le mie analisi e video analisi.

bitcoin support zone

Bitcoin: mining e profittabilità, siamo al bottom?

Bitcoin: mining e profittabilità, siamo al bottom?

Spesso nelle varie community abbiamo sentito qualcuno affermare che mai il prezzo del bitcoin sarebbe potuto scendere sotto una determinata soglia (prima $6000, poi $ 5000), in quanto un tale calo avrebbe determinato per i miners un saldo negativo in termini di profitto.

Non si capisce bene come tali analisti siano giunti a queste conclusioni, ma è bene sottolineare come il profitto derivante da tale attività non sia un numero astratto ma il risultato di calcoli precisi messi a sistema con una serie di altre variabili.

Ora, al netto della leggerezza con cui nel recente passato sono state fatte tali affermazioni, che denotano una scarsa attitudine nelle cryptocommunity alla verifica di fonti e notizie e una mera riproposizione acritica delle informazioni reperite in rete, è interessante notare come dopo l’ulteriore calo di ieri del bitcoin, i profitti derivanti dal mining (in base al paese, al costo dell’elettricità e al device utilizzato) siano arrivati in prossimità dello zero, quando non in negativo.

bitcoin mining

 

 

In tale contesto, si evidenzia come, a seconda della posizione geografica, i rendimenti possano variare sensibilmente e, ad oggi, il paese migliore per effettuare attività di mining sia il Venezuela.

paesi migliori per il bitcoin mining

Inoltre ci sono anche altre aree nel mondo dove, con un buon equipaggiamento, è possibile minare bitcoin intorno ai $ 4000.

Qui potete calcolare la profittabilità del mining inserendo l’hardware che eventualmente utilizzate e il costo dell’elettricità.

Bitcoin: siamo al bottom?

Questo potrebbe essere un elemento che dà forza a chi afferma che i livelli raggiunti ieri ($3500/3800) siano vicini al bottom?

Potrebbe.

bitcoin weekly

Anche i volumi incredibili della settimana appena conclusa, apprezzabili sul grafico settimanale, insieme alla lunga candela rossa relativa al prezzo, sono un segnale interessante in tal senso.

Analizzando i livelli dei volumi raggiunti a dicembre 2017 (e le corrispondenti candele) in relazione alla quotazione, vediamo come questo spesso sia un buon indicatore per individuare il top (inizio dicembre 2017) e forse il bottom (novembre 2018).

Anche l’RSI settimanale in zona oversold è un’ulteriore conferma al riguardo.

Ovviamente il condizionale è d’obbligo, anche alla luce dell’attuale fase delicata e del sentiment generale nel mercato, attualmente improntato su un’estrema negatività.

Crisi del debito: una nuova recessione all’orizzonte?

Crisi del debito: una nuova recessione all’orizzonte?

A dieci anni di distanza dalla grande recessione, si profila all’orizzonte una nuova crisi.

I livelli dei mercati azionari sui massimi storici e la tendenza all’aumento dei prezzi del settore immobiliare, rispecchiano lo scenario che ha preceduto lo schianto del 2008, quando dopo un lungo periodo di tassi d’interesse molto bassi, la Fed negli Stati Uniti ha avviato una politica di aumento dei tassi (esattamente come sta avvenendo in questi ultimi mesi), impattando negativamente sulla ricchezza delle famiglie e sui consumi.

Negli anni precedenti la recessione del 2008 infatti, la Fed ha ridotto i tassi d’interesse al minimo dell’1%, abbassando così gli interessi sui mutui e favorendo la crescita dei prezzi degli immobili di circa il 10% annuo.

La storia si ripete?

Quando la Fed nel 2005 ha iniziato ad aumentare i tassi, la bolla immobiliare è scoppiata nel giro di due anni.

Infatti molte persone hanno visto lievitare i propri mutui e non sono più riusciti a farvi fronte, vedendosi così ipotecare le case.

Le vendite delle proprietà pignorate hanno provocato un ulteriore calo delle quotazioni, portando l’indice nazionale dei prezzi delle case a diminuire del 30% in meno di tre anni.

Le banche che detenevano i mutui e i prodotti finanziari a essi collegati, hanno visto crollare i rispettivi profitti.

Nel 2009 ben 140 banche statunitensi sono fallite e, quelle che sono “sopravvissute”, spaventate dall’acuirsi della crisi hanno evitato di erogare nuovi mutui e prestiti alle imprese e addirittura si sono rifiutate di concedere prestiti ad altre banche i cui bilanci erano anch’essi in calo.

Il calo dei prezzi delle case dal 2007 al 2009 e la concomitante crisi dei mercati azionari, ha fatto crollare la spesa dei consumatori spingendo così l’economia in recessione.

Il crollo del credito bancario ha dato il colpo di grazia al sistema e ha contribuito a rallentare la ripresa negli anni successivi.

Tornando all’attualità, la bolla immobiliare riscontrabile in alcune aree del mondo non è paragonabile a quella pre 2008, dunque il rischio principale è dato da un calo del mercato azionario che, unitamente alla crisi del debito delle famiglie americane, potrebbe indurre una nuova contrazione dei consumi e spingere l’economia in recessione.

Oggi i prezzi delle azioni sono alti perché sostanzialmente i tassi di interesse a lungo termine sono estremamente bassi.

Infatti il tasso di interesse sui titoli del tesoro americano è inferiore al 3%, il che significa che il rendimento di queste obbligazioni al netto dell’inflazione è vicino allo zero.

Dunque la ricerca di maggiori rendimenti spinge gli investitori verso le azioni, facendo salire i prezzi delle stesse.

Ma i tassi a lungo termine stanno iniziando a salire e probabilmente aumenteranno sostanzialmente nel prossimo futuro, spinti dall’inflazione.

Tassi d'interesse USA rischio recessione

E poiché il deficit di spesa federale annuo esploderà nel prossimo decennio, occorreranno tassi di interesse a lungo termine sempre più alti per convincere gli investitori ad assorbire il debito con l’acquisto dei titoli di stato.

Non sarebbe sorprendente vedere nel prossimo futuro il rendimento dei Treasury a 10 anni superiore al 5%, con il rendimento reale che, al netto dell’inflazione, passa da zero a oltre il 2%.

Secondo l’economista statunitense Martin Feldstein, man mano che i tassi d’interesse a breve e a lungo termine si normalizzeranno, è probabile che anche i prezzi azionari tornino sui livelli medi del rapporto prezzo/utili.

Se il P/E ratio (Price-Earnings Ratio) dello Standard and Poor’s 500 regredisce alla sua media storica, oltre il 30% al di sotto del livello attuale, $ 10 trilioni della ricchezza delle famiglie verrebbero spazzati via.

S&P 500 P/E RATIO rischio recessione

Secondo Feldstein: “La passata relazione tra ricchezza delle famiglie e spesa dei consumatori suggerisce che un tale calo ridurrebbe la spesa annuale di circa $ 400 miliardi, riducendo il prodotto interno lordo del 2%. Aggiungendo a questa crisi della spesa gli effetti sugli investimenti delle imprese, il rischio di veder piombare l’economia nuovamente in recessione è alto.”

Quale scenario ci aspetta?

Solitamente le recessioni sono di breve durata, con una media di circa un anno tra lo scoppio della crisi e l’inizio della ripresa. perché le banche centrali rispondono alla crisi tagliando bruscamente i tassi d’interesse.

Questa volta però le banche centrali dei vari paesi non hanno praticamente spazio per una manovra simile (alla fed va un po’ meglio dato che le ultime previsioni danno i tassi al 3% entro il 2020, mentre in Europa ad esempio siamo ancora in prossimità dello zero).

Il disavanzo pubblico negli USA dovrebbe superare il trilione di dollari annuo nei prossimi anni e si prevede che il debito pubblico federale salga dal 75% del PIL a quasi il 100% entro la fine del decennio.

Anche da questo punto di vista all’Europa non va meglio, con i disavanzi pubblici degli stati membri in costante aumento e i debiti pubblici sempre più sotto pressione.

In questo scenario, la prossima recessione potrebbe essere più lunga e profonda del solito e sfortunatamente, non c’è nulla a questo punto che le banche centrali o qualsiasi altro attore governativo possa fare per evitare che ciò accada.

Delta Summit, Welcome to the Blockchain Island

Delta Summit, Welcome to the Blockchain Island

Guest post (di Luca Lamberti)

Si è da poco concluso il DELTA Summit di Malta, un summit interamente dedicato al settore delle criptovalute, blockchain e DLT (Distributed Ledger Technology).

Perché abbiamo scelto il summit/incontro di Malta? Perché è stato fortemente voluto e sponsorizzato dal governo maltese.

Eh si, mentre in Italia si discute ancora nei vari TG e giornali sedicenti esperti se il Bitcoin sia una bolla o meno, in molti paesi del mondo (a dire il vero, la grande maggioranza) si è passati all’azione già da tempo.

Molti governi si stanno organizzando per integrare queste nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni ed alcuni si stanno impegnando nel creare un terreno adatto al fiorire e prosperare di società che operano in questo ambito.

 A tal proposito, Malta ha deciso di creare un hub dove far convergere centinaia di realtà del mondo cripto.

Ma mettere a disposizione infrastrutture (nella fattispecie un grattacielo ed un intero quartiere) non basta, bisogna legiferare.

E nel fare questo, il primo ministro Muscat ed i suoi ministri cosa hanno fatto? Hanno interpellato le maggiori aziende del mondo, quelle mondiali ed anche alcune locali chiedendo loro “cosa possiamo fare per invogliarvi a venire qui e farvi sentire protetti ed accolti?”.

Ecco, nel suo intervento CZ (all’anagrafe Changpeng Zhao) CEO & founder di Binance, la prima piattaforma di trading al mondo di crittovalute, che di recente si è trasferita da Hong Kong proprio a Malta, trascinandosi con sé centinaia di altre aziende del settore, ha tenuto a sottolineare come il governo maltese sia “il più progressista in Europa”.

Ha inoltre affermato che “I leader maltesi sono relativamente giovani, aperti di mente, aperti alla tecnologia… abbiamo bisogno di persone più giovani nei governi al fine di creare le giuste regolamentazioni; i leader devono essere alla mano, non ottusi e irraggiungibili”.

E detto da un imprenditore di successo, che in meno di 1 anno ha creato un’azienda che ha prodotto profitti netti per oltre 1 miliardo di dollari, ci dovrebbe far riflettere sulla nostra situazione in Italia, dove si discute di tante cose ma i fatti che potrebbero cambiare davvero la situazione nazionale tardano ad arrivare.

CZ ha anche voluto rimarcare come “Muscat sia stato il primo leader del mondo ad accogliere su Twitter una società blockchain (Binance)”.

Malta si propone come “hub” dove far convergere centinaia di realtà del mondo crypto

Delta Summit blockchain

La lungimiranza del governo maltese è evidente, vogliono proporsi come esempio per gli altri paesi europei. Inoltre, è doveroso ricordare che Malta è non solo un paese membro UE ma anche del Commonwealth; si trova quindi nella posizione chiave di incontro tra Europa e Commonwealth, soprattutto dopo la Brexit.

Il summit è stato ricco di interventi; i toni erano sereni, pacati e non ci sono state notizie “disruptive”, ma questo (come mi hanno confessato diversi relatori) è stato voluto dall’organizzazione, che desiderava un incontro internazionale sobrio, professionale e concreto. Direi un ottimo parterre dove fare networking in tutta serenità.

Ci sono stati diversi interventi e dibattiti. Forse in alcuni casi avrebbero potuto dare maggior tempo e spazio ad alcuni relatori, perché era palpabile che avessero molto di più da dire di quanto gli sia stato loro concesso; per limiti di tempo Il summit è iniziato con gli interventi istituzionali, che hanno rassicurato i partecipanti sul fatto che le istituzioni maltesi fanno sul serio e stanno lavorando alacremente, insieme alle aziende del settore. (…)

Dopo scrosci di applausi e totale approvazione della platea per le dichiarazioni, sale sul palco quello che forse era il personaggio più atteso, ChangPeng Zhao (detto CZ), CEO di Binance.

Dopo essersi congratulato con l’intero governo maltese per il lavoro svolto ha tenuto a ribadire che “troppe regole uccidono il mercato. Ci vogliono intelligenza e flessibilità”. Ha anche confermato di avere stretto una partnership con banche maltesi, molto pro crypto, per il trading in euro sulla sua piattaforma.

Nella breve intervista che mi ha poi rilasciato, ha confermato che stanno lavorando da tempo sulle transazioni in euro, che già stanno facendo test e che molto presto sarà possibile acquistare/vendere crittovalute su Binance in euro, nel pieno rispetto delle normative maltesi; cosa di cui beneficerà non solo la copiosa comunità italiana (che ringrazia per il supporto) ma l’intera Europa.

La blockchain e le criptovalute secondo ChangPeng Zhao

Delta Summit blockchain CZ intervista

Secondo CZ, è fondamentale introdurre la blockchain nel settore charity, perché assicurerebbe una trasparenza assoluta.

Mentre nella beneficienza “tradizionale” gli spostamenti di fondi non sono trasparenti e gran parte di essi viene deviata nelle tasche di privati corrotti (in Italia abbiamo avuto esempi recenti in tal senso). Con le valute digitali possiamo davvero aiutare i bisognosi, in tutti i paesi del mondo.

Binance sta investendo in tanti progetti e sta dedicando risorse in primis alla educazione sulla blockchain e sulle valute digitali. CZ sconsiglia alle startup di lavorare sull’ecosistema nella fase iniziale; non prima di aver lanciato e solidificato il proprio prodotto.

CZ di Binance si è reso disponibile a rispondere alle nostre domande e a quelle di molti altri; è inoltre restato per ore a disposizione dei molti imprenditori che desideravano incontrarlo per varie proposte; mentre sembra abbia chiuso alcune porte agli intermediari che cercano di far quotare i token dei loro clienti.

Questo ci è piaciuto molto e tutti abbiamo apprezzato la volontà da parte di Binance di fare chiarezza, soprattutto dopo la recente bufera sulla corruzione all’interno degli exchange.

Binance si conferma, anche sotto questo punto di vista, il riferimento del settore, dichiarando anche di dare una stretta alla selezione dei token che verranno quotati, e molti sono i CEO di altri exchange che seguono la loro rotta.

Le Public Sales (ICO) non stanno più funzionando

Tutti, all’unanimità, sono d’accordo sul fatto che le ICO in passato sono state lanciate in maniera errata, forse in preda all’entusiasmo collettivo, e che si debba rivedere il modus operandi delle start up.

Oggi, al fine di lanciare con successo una ICO, o il proprio token, bisogna PRIMA mostrare il prodotto/servizio alla comunità. Lo scopo di una ICO non dev’essere quello di finanziare una società, bensì dev’essere funzionale all’ economia crypto.

Questo perché molti progetti si sono rivelati fumo e sono falliti per incapacità dei team, o perché sono stati gonfiati con marketing aggressivo. In altre parole, gli investitori seri (non i piccoli appassionati con migliaia di euro in mano alla ricerca del miracolo) vogliono sostanza, tanta sostanza. E ci sono migliaia di progetti tra cui scegliere.

Le start up oggi devono mostrare un prodotto esistente, non basterà più una “promessa” sul white paper per convincere gli investitori. Il motto è “mostrami il tuo prodotto e poi offrimi il relativo token”.

Per questo motivo il settore si sta dirigendo sempre più verso l’investimento professionale (non è poi quello che abbiamo chiesto a gran voce tutti?); ci saranno sempre meno micro investitori privati e sempre più professionisti del settore; che oltre ad apportare i fondi necessari sono focalizzati sulla riuscita del progetto e non sulla mera speculazione finanziaria.

Anche se questa è una visione ancora utopistica, e non ancora attuale, devo tenere in considerazione tali affermazioni; visto che si tratta di advisor ed imprenditori molto esperti e direttamente coinvolti in molti progetti e, ovviamente, hanno una visione da insider. (…)

Per leggere la versione integrale del Reportage sul Delta Summit, oltre a tante altre notizie, analisi e approfondimenti, scarica il Report Bitcoin Facile!

 

Tether è morto, evviva Tether!

Tether è morto, evviva Tether!

Dopo gli eventi degli ultimi 10 giorni, è arrivato il momento di tirare le somme del “tether affaire” e analizzare a bocce ferme quanto accaduto.

Nelle ultime settimane molti traders hanno preferito convergere sulle stablecoins di recente emissione (GUDS, PAX e USDC) e questo si evince dai dati sugli scambi nei vari exchange dove le nuove stablecoins vengono listate su cross USDT (questo per dare l’opportunità al mercato di stabilire quale sia più affidabile).

Dopo il dump di tether del 15 ottobre e il conseguente spread tra gli exchange Fiat to Crypto (dove si trovano le quotazioni in dollari) e le piattaforme Crypto to Crypto (dove la maggior parte dei cross sono in moneta USDT), quest’ultima ha subito un calo significativo della capitalizzazione, scendendo a circa $ 1.9 miliardi.

E’ interessante notare come, dopo che molte persone hanno cercato di sbarazzarsi dei propri USDT accettando incredibilmente minimi di $ 0,92 (in sostanza arrivando a perdere fino a un ricco 8%), la situazione si è velocemente normalizzata grazie alla rapida risoluzione delle problematiche di Bitfinex, afferenti i depositi in monete fiat e l’annuncio della partnership con una banca delle Bahamas; infatti attualmente Tether è scambiata con uno “sconto” che oscilla tra l’1 e il 2%.

Tether “ricompra” USDT

In tale ambito, già dal 10 ottobre (quindi prima del dump) Tether ha iniziato a ritirare progressivamente dalla circolazione 600 milioni di pezzi inviandoli alla propria tesoreria, molto probabilmente facendo essa stessa arbitraggio (in pratica acquistando USDT dal mercato a sconto e accreditandosi un “controvalore futuro” di $ 1.

Tether treasury

Nulla di strano o illegale, dato che queste sono dinamiche perfettamente normali nei mercati finanziari.

Infatti quando una società ritiene che le proprie azioni siano “sottovalutate” dal mercato, procede al “buy back” ossia ricompra le proprie azioni contando che in futuro torneranno al loro” valore stimato”.

La capitalizzazione di Tether infatti è passata dai $2.8 miliardi di due settimane fa a circa $ 1.9 miliardi.

Quindi supponendo che $ 300M siano stati liquidati da altri operatori, questo significa che Tether ha riacquistato 600 milioni di token con uno sconto che oscilla tra il 2 e il 5%, con un potenziale guadagno che va dai $ 12 ai $ 30 milioni!

In tale contesto, è notizia del 24 ottobre che Tether procederà con la distruzione (burn) di 500 milioni di USDT, lasciando così nel suo treasury wallet circa 450 milioni di monete come riserva per le future emissioni di Tether dollari.

La Guerra delle Stablecoins

Il lato spiacevole di tutta questa situazione è dato da quei traders e operatori che, in una potenziale situazione profittevole, in perfetto “stile parco buoi” sono riusciti a perdere una montagna di soldi, di fatto svendendo i propri tether.

A questo ha contribuito un numero elevato di utili idioti, come crypto influenZZer e testate giornalistiche varie, che ciclicamente provano una sorta di gusto sadico, o per meglio dire masochistico, a bastonare Bitfinex e Tether, dimostrando così di non aver capito nulla delle reali dinamiche sommerse degli ultimi eventi.

Relativamente alla guerra in corso tra USDT e le nuove stablecoins, a supporto delle quali sta scendendo in campo la parte “istituzionale” del mondo crypto, resta da vedere se in futuro Tether continuerà a essere scambiato con questo leggero “handicap”. Una cosa però è certa: fino a quando non vedremo dei volumi adeguati confluire in queste nuove monete (parliamo di qualche $ milione contro la capitalizzazione di tether che al momento è appunto quasi nell’ordine dei $ 2 miliardi) la strada per loro sarà tutta in salita.

A questo proposito ricordo che Tether, nonostante tutte le critiche e le preoccupazioni, è stato generalmente sempre molto affidabile nel mantenere il suo ancoraggio al dollaro statunitense (con la parentesi degli ultimi 10 giorni), fornendo dunque un buon servizio, garantendo un network efficiente e un ottimo rapporto con molti exchange (è listato su circa 150 piattaforme), offrendo sostanzialmente una grande opportunità a quelle aziende e investitori, che diversamente sarebbero state escluse dal mercato a causa della chiusura del sistema bancario e finanziario.

Inoltre, come si evince chiaramente da questo interessante articolo di bloomberg, i volumi della maggior parte delle piattaforme del mercato sono palesemente gonfiati e bitfinex è uno dei pochissimi exchange a lavorare in modo chiaro e trasparente, fornendo un importante contributo all’ecosistema.

Dunque ritengo che le palate di fango arrivate su bitfinex nelle ultime settimane siano parte di un piano strutturato su più livelli, teso a eliminare uno dei principali competitor che ancora detiene una buona indipendenza dalle agenzie governative di controllo, a beneficio di quelle compagnie (Coinbase e Gemini, giusto per citarne alcune) che recentemente hanno ottenuto il placet (e di conseguenza il guinzaglio) delle autorità USA.

Una cosa è certa, la guerra di logoramento tra le varie stablecoins è iniziata!

Iscriviti alla mia newsletter

 

Tutti pazzi per le stablecoins

Tutti pazzi per le stablecoins

La moda del momento nel mondo delle criptovalute è quella delle cosiddette stablecoins, ossia delle valute digitali legate a dei beni reali come una valuta (euro, dollaro) o metalli preziosi (oro).

Un rapporto di Blockchain, fornitore di crypto wallet, pubblicato a settembre ha indicato come attualmente ci siano circa 50 progetti in fase di sviluppo e nei prossimi mesi è previsto il lancio di nuove stablecoins.

Come funzionano?

Esistono due tipi di stablecoins: reserve backed (ancorate direttamente al valore di un determinato asset) e algoritmiche.

Le stablecoins basate sulla riserva, funzionano un po’ come il denaro cartaceo ai tempi del gold standard, dunque supportato da riserve auree in una banca centrale: sono supportate in rapporto 1 a 1 dalle riserve delle valute a cui sono ancorati.

Emittenti di monete come Tether (USDT) “tokenizzano” i dollari scambiandoli con uno stablecoin e depositando i dollari in una banca. Quei dollari non vengono quindi toccati finché qualcuno non riscatta lo stablecoin per i dollari stessi.

Il secondo tipo di stablecoin non è supportato da alcuna riserva ma è controllato da un algoritmo, che cerca di bilanciare domanda e offerta per mantenere un ancoraggio a qualcosa come il dollaro USA.

Ovviamente quest’ultima è la classe di stablecoin più difficile da progettare e sviluppare.

Perché è nata l’esigenza di monete stabili?

Le criptovalute sono caratterizzate da estrema volatilità e proprio questa caratteristica alimenta le critiche nei confronti delle valute digitali, che vengono indicate dai detrattori più come un investimento speculativo piuttosto che delle valute o degli assets.

Le stablecoins sono un tentativo di sfruttare i vantaggi delle criptovalute – il valore può essere trasferito digitalmente – combinandole con la stabilità delle valute tradizionali.

Le valute stabili sono in grado dunque di risolvere una serie di use cases, per i quali ad esempio il bitcoin e ethreum non sarebbero idonei.

Per cosa sono usate?

Il caso d’uso più comune è al momento quello di liquidità per lo scambio e il trading di criptovalute, infatti per motivi di conformità, molti exchange sono stati esclusi dal sistema bancario tradizionale e di conseguenza non accettano depositi in valute fiat.

Ovviamente anche i clienti di queste piattaforme vogliono poter scambiare le loro cripto in un asset o una valuta stabile, come ad esempio il dollaro, nei momenti di estrema volatilità, ed ecco che le stablecoins offrono la soluzione a questo problema.

Tuttavia, gli sviluppatori delle monete digitli stabili, ritengono che la tecnologia potrebbe consentire lo sviluppo di prodotti finanziari più complessi su cryptoassets – cose come assicurazioni, pagamenti di dividendi contrattuali tramite smatr contracts o prestiti.

Quali sono le più famose monete stabili?

Tether (USDT) è di gran lunga la stablecoin più popolare ed è utilizzata principalmente dagli exchange per offrire liquidità simile al dollaro.

In tale contesto, l’USDT è la seconda criptovaluta più scambiata (con circa il 60% del volume degli scambi giornalieri di bitcoin) ed è nella top 10 delle monete a maggiore capitalizzazione.

Sempre secondo il report di blockchain.com attualmente ci sono circa 57 stablecoins in fase di sviluppo.

In tale ambito, molti investitori stanno entrando pesantemente nel settore e fino a oggi sembra che siano stati raccolti $ 335 milioni in finanziamenti di venture capitalists da parte di tutti i team che progettano stablecoins.

Il successo di Tether, ha stimolato la community e diversi sviluppatori a realizzare un prodotto “migliore”, cavalcando anche le critiche all’USDT (spesso strumentali nda) relativamente ai suoi standard di controllo, alla presunta opacità aziendale e accuse più o meno velate di manipolazione del prezzo delle maggiori criptovalute. Di conseguenza, molti nel settore ritengono che vi sia l’opportunità di fornire una soluzione alternativa.

L’enorme potenziale e il numero di use cases in aumento, ha fatto sì che molti imprenditori abbiano visto lo spazio per una crescita imponente di questa fetta di mercato.

Tether contro tutti

In questo scenario, per le nuove stablecoins (soprattutto per quelle che ambiscono a mettersi in concorrenza diretta con tether come fornitore di liquidità) sarà fondamentale raggiungere dei livelli di liquidità adeguati, nell’ordine di diversi miliardi di dollari, altrimenti finiranno per passare tempi più duri di quanto molti possano immaginare.

Si legge nel rapporto: “Tether, nonostante tutte le critiche e le preoccupazioni, generalmente è stata molto affidabile nel mantenere il suo ancoraggio al dollaro statunitense, fornendo un buon servizio, oltre a poter contare su un network efficiente, all’ottimo rapporto con molti exchange (è listato su circa 150 piattaforme) e ovviamente può contare sull’ottava posizione nel market cap.”

Un altro potenziale ostacolo è il controllo normativo. Infatti le banche centrali potrebbero essere più risolute nell’agire nei confronti delle stablecoins piuttosto che sulle criptovalute canoniche come bitcoin, perché le stablecoins somigliano in maniera più significativa alle monete legali e potrebbero avere effetti sulla politica monetaria.

In quest’ottica, non tutti nella community crypto credono nel successo delle monete stabili; quel che è certo è che siamo di fronte a una nuova concezione della moneta che potrebbe rivoluzionare il nostro modo di intendere il denaro.

La tecnologia al momento è ancora agli albori ed è improbabile che al momento esista il progetto perfetto, ma nei prossimi mesi assisteremo sicuramente alla sperimentazione e a notevoli progressi di questo nuovo settore del mondo delle valute digitali.

Iscriviti alla mia newsletter 

P.S. Negli ultimi giorni ci sono state molti rumors relativi al fatto che alcuni traders preferirebbero le stablecoins di recente emissione (GUDS, PAX e USDC) e questo si evincerebbe dai dati degli scambi sugli exchange dove le nuove stablecoins vengono listate su cross USDT (questo per dare l’opportunità al mercato di stabilire quale sia più affidabile).

Infatti su binance attualmente vediamo come la coppia PAX/USDT abbia già accumulato diversi $ milioni in volume di scambio e, nello specifico, PAX è valutato a 1.0078 contro USDT.

A mio avviso la situazione può esser letta come la necessità dei singoli traders di scambiare i propri  USDT per dollari fisici e, in tale contesto, PAX e USDC possono essere convertiti in USD presso i rispettivi emittenti da chiunque abbia un account cliente verificato. Pertanto, è possibile che i traders che cercano di incassare siano disposti a pagare un leggero sovrapprezzo per scambiare i loro USDT per un bene che può essere più facilmente riconvertito in fiat.

Resta da vedere se in futuro Tether continuerà a essere scambiato con questo leggero “handicap” nei confronti delle nuove stablecoins. Una cosa però è certa: fino a quando non vedremo dei volumi adeguati confluire in queste nuove monete (parliamo di qualche $ milione contro la capitalizzazione di tether che al momento è nell’ordine dei $ 2.8 miliardi) la strada per loro sarà tutta in salita!

Bitcoin: sei anche tu nell’elite dell’1%?

Bitcoin: sei anche tu nell’elite dell’1%?

Guest post

Di recente Steve Lee, Product Director di Google, ha affermato che solo l’1% della popolazione mondiale potrà possedere più di 0.28 BTC.

Che tradotto significa che se possiedi più di questa cifra, che attualmente ammonta a circa 1500$, e lo mantieni in portafoglio nel tempo, farai parte di sicuro della ristretta cerchia di possessori del nuovo “oro digitale” negli anni a venire. Per tutti gli altri non è detto sarà così.

Questa affermazione a mio avviso è volutamente sensazionalistica e tesa a stimolare il nostro Scarcity Bias, e cioè quella reazione incondizionata del nostro cervello che ci spinge ad accaparrarci quello che secondo noi è scarso e che perciò potrebbe esserci molto utile ed essenziale in futuro.

Cercando però di ragionarci un po’ su, ci rendiamo conto che questo modello, pur avendo molti limiti oggettivi, getta un po’ di luce in più su  questo fenomeno delle criptovalute, sulla loro adozione e sul fatto che questo sia un gioco ancora da Early Adopters. Oltre a evidenziare alcuni numeri interessanti sul fenomeno.

Ma procediamo per ordine.

Tutto parte da una ricerca di Kim Grauer, fatta per conto di Chainalysis, nella quale si evidenzia come circa 4 dei 21 milioni di BTC che verranno minati, risultano essere stati persi in maniera definitiva.

Come sappiamo Bitcoin, per come è costruito l’algoritmo che sostiene il mining, è una valuta digitale a supply fissa. È stato cioè imposto un limite di 21 milioni di monete che potranno essere create da qui al 2140. Non una di più.

È questo uno degli aspetti più meritevoli di interesse per questa forma di denaro rivoluzionaria e che va contro il modello prettamente inflazionistico delle valute con le quali siamo abituati a convivere.

Ma passiamo ai calcoli e cerchiamo di capire un po’ di più cosa rappresenti questo 1%, questa “bitcoin elite”.

Alla total supply di Bitcoin, che abbiamo detto essere 21 milioni di unità, vanno quindi tolti questi 4 milioni di BTC che sono stati persi, nel senso che i possessori non riescono più ad accedere ai loro wallet e di conseguenza movimentare i loro fondi, poiché hanno smarrito le loro chiavi private.

A questi va aggiunto un altro milione circa, che sono quelli contenuti nel wallet del creatore della moneta Satoshi Nakamoto che, secondo vari esperti, non è più accessibile.

Quindi 21-4-1 fa circa 16.

E qui già scopriamo un aspetto interessante della faccenda, e cioè che le quotazioni del prezzo di Bitcoin non tengono conto di questa parte di monete perse per sempre. Possiamo quindi ipotizzare con una certa sicurezza che il suo valore in termini di prezzo al momento sia sottostimato. Difficile dire quanto questo possa influire sul prezzo, ma il fatto che un buon 25% della supply non possa essere “spesa”, rappresenta di sicuro una leva importante.

Ma continuiamo coi numeri…

Se consideriamo che la popolazione attuale del pianeta è di circa 7.6 miliardi, l’1% è rappresentato da più o meno 76 milioni di persone.

Se dividiamo quindi 21 per 76 otteniamo quello 0.28 di cui parla l’esponente di Google. Se però consideriamo i Bitcoin persi per sempre, questa cifra scende a 0.22.

In pratica se possiedi 0.22 Bitcoin (circa 1500$), nel tempo solo l’1% della popolazione mondiale potrà possederne più di te!

Questo ragionamento ha varie “falle” da un punto di vista prettamente logico, ma ci fa capire quali siano i numeri in gioco e la portata del fenomeno.

Il primo ordine di grandezza che andrebbe rivisto è secondo me la popolazione mondiale. Come sottolineano infatti un po’ tutti gli esperti, molto probabilmente aumenterà il suo tasso di crescita nel tempo, questo a causa della sempre minore presenza di conflitti di rilevanza, delle innovazioni tecnologiche e della sempre più massiccia diffusione del benessere a seguito della divulgazione del modello consumistico.

Altra considerazione importante da fare è che, oltre alla popolazione, crescerà di sicuro il suo livello di informatizzazione, nonché la diffusione degli smartphone e della connessione alla rete. E questo ovviamente farà si che sempre più persone possano accedere alle criptovalute.

Oltre a ciò possiamo star certi che altre chiavi private verranno smarrite nel tempo, rendendo la moneta in qualche modo, se vogliamo, “deflazionaria”.

Aldilà dei numeri effettivi, che lasciano un po’ il tempo che trovano, che sono piuttosto difficili da calcolare con precisione e che fanno riferimento a fenomeni in continua evoluzione, penso che tutti questi fattori non vadano che a corroborare la tesi che siamo in presenza di un mercato che è ampiamente sottostimato e che riguarda perlopiù uno sparuto gruppo di early adopters.

Siamo ben lontani dall’adozione di massa e dalla larga diffusione di questa rivoluzionaria forma di denaro e tutti questi indizi ci fanno dedurre che la sua scarsità, e di conseguenza ovviamente il suo prezzo, non potranno che aumentare.

E tu cosa ne pensi? Possiedi già questa fatidica cifra di 0.22 Btc? Sei già in questa “cerchia ristretta” di possessori del nuovo “oro digitale”? Vale la pena entrarci?

Thomas

Criptovalute, i giornalisti nostrani “rimandati a settembre”

Criptovalute, i giornalisti nostrani “rimandati a settembre”

Questa mattina ho letto un articolo dal titolo quantomeno discutibile “Le criptovalute sono uno dei tanti modi per separare il denaro dagli stupidi”.

Non ho mai visto qualcosa che contenesse una tale quantità di inesattezze e manipolazioni della realtà.

Senza indugio, ho deciso di scrivere un articolo a confutazione di queste bizzarre affermazioni.

Sono riuscito a mantenere il tono della discussione su ottimi livelli di civiltà, al contrario dell’autore dell’articolo oggetto di discussione che, con grande sprezzo del ridicolo, dà degli stupidi a milioni di investitori retailers (me compreso), migliaia di operatori istituzionali e commissari delle varie agenzie federali, quali la Securities and Exchange Commission americana, che hanno già approvato svariati prodotti finanziari sul bitcoin.

Partiamo dal titolo.

Intanto è quantomeno pretestuoso, se non totalmente inopportuno, insultare letteralmente milioni di investitori sulla base di convinzioni personali (ricordo velocemente che giusto qualche giorno fa la New York Stock Exchange ha annunciato il lancio del suo primo prodotto sul bitcoin, ma ci torneremo).

Dunque delle due l’una. O il signor Piccone (l’autore dell’articolo sul Sole 24 ore nda) ritiene di avere competenze in materia di criptovalute superiori agli analisti della NYSE o a quelli di Black Rock (l’asset manager più grande al mondo con i suoi $ 7 trilioni di capitali gestiti), che giusto pochi mesi fa ha annunciato la creazione di un fondo sulle valute digitali o forse, sottolineo forse, sarebbe il caso che studiasse un pochino, così da evitare in futuro di scrivere articoli su argomenti di cui ignora persino le basi.

Dopo questa doverosa premessa, voglio procedere alla confutazione punto per punto delle affermazioni contenute nell’articolo del Sole.

Limiti tecnologici

Nell’articolo si legge:

ci sono limiti di natura tecnologica che contribuiscono a rendere inefficiente l’uso delle criptovalute come strumento di pagamento (Visa processa circa 1600 transazioni al secondo, un multiplo della blockchain). L’uso nei pagamenti all’ingrosso è ostacolato dall’incertezza dei costi associati alla singola transazione e dai tempi di esecuzione”.

Vero, il numero di transazioni in bitcoin (dunque non di tutto il mercato, ma solo della moneta a più alta capitalizzazione con circa il 50% di dominance) è ancora lontano da quello di Visa, che ad esempio nel 2016 ha processato transazioni per un valore di circa $ 9 trilioni. Ma se andiamo a vedere i dati del 2018, scopriamo che il numero di transazioni in bitcoin, con i suoi $ 1.3 trilioni, ha già superato abbondantemente quelle di PayPal e Discover, che non sono proprio gli ultimi arrivati!

bitcoin vs paypal

Giustamente si obietterà che le criptovalute sono ancora un settore di nicchia e la maggior parte delle transazioni avvengono in un contesto speculativo.

Questo è vero, ma nei prossimi anni la situazione potrebbe mutare radicalmente, se gli sviluppatori del Bitcoin core saranno in grado di rendere più snella e accessibile la tecnologia, favorendo così l’aumento della curva di adozione.

In tale ambito, lo sviluppo del Lightning Network sembra essere in procinto di “chiudere il gap” grazie:

  • al miglioramento della privacy: le transazioni all’interno di un canale LN restano private, al contrario di quelle su blockchain;
  • all’implementazione di smart contract e dunque tokens su layer LN;
  • alla possibilità di effettuare grandi quantità di microtransazioni immediate, idonee alle applicazioni Internet of Things.

Di fatto LN e’ una sorta di infrastruttura, di protocollo, sul quale sara’ possibile costruire svariate tipologie di applicazioni, aggiungendo layer di reti “sopra” quella bitcoin.

Un po’ come internet, che nei primi anni ’90 era agli albori e con il tempo vi sono state “costruite” sopra una miriade di applicazioni.

Insomma con il lightning network si prospetta uno scenario dalle potenzialità enormi.

Il mercato dei Bitcoin ha registrato un aumento di quasi l’80% annuo negli ultimi cinque anni, raggiungendo il suo picco nel 2017 con un aumento del valore delle transazioni pari a otto volte.

Se lo stesso tasso di crescita sarà mantenuto anche nei prossimi anni, il futuro ci riserverà delle belle sorprese, incluso il Bitcoin che supera Visa (con il tasso di crescita sopra menzionato teoricamente la criptovaluta ha le potenzialità per superare i 13 trilioni di dollari in transazioni entro il 2023).

Il bitcoin non è un asset per la riserva di valore

Nell’articolo si legge:

Riserva di valore? Al momento è impensabile parlare di Bitcoin come riserva di valore in quanto il protocollo è pensato per simulare una «politica monetaria» fissa, deterministica e anelastica. L’offerta di moneta cresce costantemente. Domanda e offerta di Bitcoin (in assenza di sottostante) saranno le sole determinanti del valore. In pratica con i bitcoin l’offerta di moneta non può mai essere restrittiva”.

Dunque secondo l’editorialista, è impensabile parlare di bitcoin in termini di asset per la riserva di valore.  

E allora come mai nei paesi colpiti dall’attuale crisi monetaria (Venezuela e Turchia gli ultimi in ordine di tempo) con le rispettive valute nazionali falcidiate dell’iper-inflazione, assistiamo a una corsa sfrenata al bitcoin e più in generale alle criptovalute, proprio in ottica di riserva di valore? (per verificare, sarà sufficiente analizzare i volumi di trading di questi paesi, dati facilmente reperibili in rete).

crisi del bolivar

Nella foto il controvalore in bolivar, la moneta venezuelana, di un rotolo di carta igienica

Per ovvi motivi di spazio, nel caso vogliate approfondire il discorso vi rimando a questo articolo, dove ho analizzato il bitcoin proprio nelle “vesti” di asset per la riserva di valore.

Tornando al punto B, leggiamo che “l’offerta di moneta cresce costantemente” e “con i bitcoin l’offerta di moneta non può mai essere restrittiva”, sottintendendo dunque che la domanda sia in calo.

Forse l’autore ignora che l’offerta della moneta cresce proprio perché aumenta la domanda (per capire questo concetto, basta studiare il white paper del bitcoin).

Inotre in riferimento all’affermazione secondo cui l’offerta della moneta non può essere restrittiva, al giornalista sfugge il particolare che Il bitcoin ha una chiara natura deflattiva (visto il tetto massimo di 21 milioni di pezzi che si potranno minare), dunque aumentando il numero di utilizzatori aumenterà anche il valore, in base al principio di scarsità di un determinato bene.

Le criptovalute non hanno una banca centrale alle spalle

Sempre nell’articolo leggiamo:

Non sono emesse, né garantite da una banca centrale o da un’autorità pubblica

Lapalissiano, infatti il bitcoin con la relativa blockchain nasce con l’obiettivo di disintermediare e decentralizzare le transazioni. Inoltre alla base del concetto stesso di blockchain, c’è proprio la volontà di trasferire il concetto di “fiducia” da un ente centrale a tutti i membri della blockchain.

Le criptovalute non sono regolamentate

Leggiamo ancora:

“Non godono dello status giuridico di valuta o di moneta (emissione a corso legale); Non sono regolamentate all’interno della UE quindi non offrono alcuna tutela giuridica ai consumatori”

Questa è una mezza verità.

Allo stato dell’arte le criptovalute non godono ancora dello status giuridico di valuta, ma se andiamo a leggere molti documenti ufficiali di agenzie governative e internazionali, scopriremo che l’Agenzia delle entrate con la Risoluzione Ministeriale N. 72 del 02/09/2016 scrive:

Per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa. La Società, pertanto, non è tenuta ad alcun adempimento come sostituto d’imposta.”

In pratica l’Agenzia delle entrate considera le criptovalute al pari di una valuta estera.

Riguardo al fatto che le valute digitali non godrebbero di tutela giuridica perché non regolamentate all’interno dell’Unione Europea, sottolineo come il Parlamento e il Consiglio Europeo nella direttiva 2018/843 del 30 maggio 2018 abbia stabilito che entro il 2020 gli Stati membri dell’Unione Europea dovranno introdurre obbligatoriamente lo status nel loro ordinamento giuridico, infatti la direttiva dovrà essere recepita a livello di singole nazioni prima del 10 gennaio 2020.

A tal proposito, consiglio vivamente la lettura di questo articolo, dove ho analizzato il report creato su richiesta della Commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento Europeo “Valute virtuali e politica monetaria delle banche centrali: le prossime sfide”, dove si parla delle valute digitali in temi decisamente concilianti e si analizzano i benefici che porteranno all’economia nel prossimo futuro.

Le criptovalute sono un investimento rischioso

“Sono considerate (le criptovalute nda) strumenti ad alto rischio, non garantiti da immobilizzazioni immateriali.”

Vero, le criptovalute sono una classe di investimento decisamente ad alto rischio, grazie all’estrema volatilità del mercato (caratteristica che ne fa uno dei mercati più brillanti e redditizi per chi sa muoversi con abilità e disciplina).

E poi perchè non parliamo dei silenzi imbarazzanti di tutta la stampa italiana, sui debiti di alcuni istituti di credito e di alcune delle più grandi società italiane (parmalat docet) che hanno causato fallimenti pesantissimi e danni incalcolabili a molti investitori?

Tornando alle criptovalute e al bitcoin, se proviamo ad andare più a fondo e ad analizzare il contesto internazionale, scopriremo altri scenari molto interessanti.

Come ho già anticipato all’inizio dell’articolo, gli abitanti delle nazioni colpite dalla crisi monetaria sono alla costante ricerca di beni rifugio con cui proteggere, se non incrementare, il valore dei propri risparmi.

In tale contesto, il bitcoin è balzato velocemente in cima alla lista degli asset preferiti da queste persone, sia per la facilità di accesso (è sufficiente una connessione internet per acquistare bitcoin) vuoi perché i cosidetti “unbanked” non hanno modo di procurarsi metalli preziosi o strumenti finanziari idonei.

volume di trading bitcoin in Venezuela

Dunque è chiaro come il bitcoin sia in netta competizione con altre classi di asset tradizionalmente note per avere caratteristiche intrinseche di riserva di valore.

Prendiamo ad esempio l’oro.

Di seguito trovate i grafici logaritmici settimanali dell’oro e del bitcoin in relazione al dollaro americano:

oro-dollaro chart settimanale


bitcoin dollaro grafico settimanale

Credo questo sia uno di quei casi in cui le immagini non necessitano di ulteriori commenti. A voi il giudizio.

Le criptovalute sono un rischio per la stabilità dell’economia mondiale

Ed ecco il gran finale:

“Il Financial Stability Board ha sottolineato che i rischi per la stabilità finanziaria potrebbero aumentare in modo repentino con conseguenze sistemiche”.

Perché si dà conto del parere del Financial Stability Board, legittimo per carità ma di certo non il verbo assoluto, e non si menzionano gli innumerevoli studi che danno una visione più oggettiva e aderente alla realtà delle valute digitali?

Come il già citato rapporto del Parlamento Europeo “Valute virtuali e politica monetaria delle banche centrali: le prossime sfide”, dove si legge testualmente: “Crediamo, la cosa piaccia o meno, che le valute virtuali rimarranno un elemento permanente dell’architettura finanziaria e monetaria globale per gli anni a venire”.

Se le criptovalute fossero davvero un pericolo per la “stabilità finanziaria internazionale”, istituzioni del calibro della Chicago Board Options Exchange avrebbero al loro interno dei futures basati sul bitcoin? O, ancora meglio, presenterebbero alla Securities and Exchange Commission una richiesta formale per il lancio di Bitcoin ETF, che appunto prevederanno l’acquisto fisico del sottostante? O la New York Stock Exchange lancerebbe sulla propria piattaforma BAKKT dei bitcoin futures “fisici”?

Considerazioni finali

Mi piacerebbe avere una risposta in merito a queste argomentazioni.

Non vorrei che questo fosse solo l’ultimo di una serie di articoli faziosi e denigratori nei confronti di una tecnologia che si stenta a comprendere e che invece meriterebbe ben altra considerazione.

Infatti è un’abitudine ciclica, quella di chiamare lo scoppio di questa fantomatica bolla o di dare per spacciato il bitcoin.

Peccato però che poi si viene puntualmente e clamorosamente smentiti, come ho evidenziato in questo articolo dello scorso inverno, dove mi sono divertito a raccogliere le “profezie di sventura” degli ultimi 5 anni di alcune testate economiche, che oggi fanno abbastanza sorridere.

Tutto questo mentre a Malta, nel cuore dell’Unione Europea in questi giorni si svolge il Delta Summit dove il Primo Ministro Muscat ha organizzato l’evento per favorire l’incontro tra le istituzioni e il Gotha del mondo cripto, con il palese intento di accreditare l’isola come l’avamposto europeo delle Valute digitali.

In tale contesto, mi fa particolarmente piacere l’ingresso dell’Italia nell’European Blockchain Partnership, che ci dimostra come l’attuale governo abbia una sensibilità notevole verso queste tematiche.

Speriamo che anche la stampa nostrana si adegui e riesca a fornire, in un futuro non troppo lontano, delle valutazioni oggettive e aderenti alla realtà.

Se queste sono le premesse però, la strada da fare è ancora lunga.

Iscriviti alla mia newsletter

Bitcoin: metodo di pagamento o riserva di valore?

Bitcoin: metodo di pagamento o riserva di valore?

La bitcoin mania ormai coinvolge buona parte della popolazione mondiale e, al netto di quelle persone che guardano alle criptovalute come a una possibile soluzione contro la crisi monetaria che affligge le loro nazioni, anche gli investitori istituzionali e i retailers sono attratti da questo mercato.

In tal senso, arrivano dei segnali interessanti dall’ingresso nel mercato di asset manager del calibro di Black Rock con fondi basati sulle criptovalute, dallo sviluppo della piattaforma BAKKT da parte della New York Stock Exchange che ha appena annunciato il lancio dei primi bitcoin futures “fisici” e dall’interesse che ruota intorno alla futura decisione della Sec sui Bitcoin ETF.

Ricordo che un recente sondaggio quest’estate ha mostrato che solo l’8% degli americani possiede criptovalute, ma il 50% sarebbe disposto ad acquistarne!

A fronte di questi dati, che mostrano inequivocabilmente come l’attuale capitalizzazione del mercato cripto abbia dei margini di crescita esponenziali, nel 2018 il valore delle transazioni in bitcoin ($ 1,3 trilioni) hanno superato quelle di colossi del calibro di PayPal e Discover.

Nonostante queste e molte altre notizie, che delineano un quadro dei fondamentali del bitcoin davvero promettente, la tanto attesa adozione di massa stenta ad arrivare.

Anche perché la questione si inserisce in un quadro molto più ampio.

Intanto la scarsa chiarezza normativa dal punto di vista giuridico e fiscale sicuramente non favorisce una dinamica di adozione condivisa.

Inoltre, anche volendo considerare per un momento che questa situazione non costituisca un freno per l’adozione delle criptovalute come metodo di pagamento da parte dei grandi e piccoli rivenditori, questo non significa che un numero significativo di persone le stiano usando per tale scopo.

E qui arriviamo alla questione decisiva che ho posto nel titolo del pezzo.

Il bitcoin è da considerare come una valida alternativa ai metodi di pagamento tradizionali o è assurto al ruolo di asset per la riserva di valore, al pari dell’oro e dei metalli preziosi?

Il futuro del bitcoin

Lo sviluppo della moneta e del mercato, ruota tutt’intorno a questa dicotomia.

Intanto cerchiamo di capire il motivo per cui un commerciante dovrebbe scegliere di accettare il bitcoin come metodo di pagamento.

Gli svantaggi di tale scelta si concretizzano principalmente nei costi delle commissioni di rete e delle riconversioni (non ho incluso il tempo necessario alla validazione della transazione, visto che il lightning network pare aver risolto questo aspetto).

Tra i vantaggi invece possiamo annoverare sicuramente il fattore “cool” e la conseguente pubblicità generata dalla decisione di adottare il bitcoin e le criptovalute nel proprio punto vendita (fisico o online) ed è innegabile come questa sia oggettivamente una concreta opportunità per aumentare il proprio mercato.

Consideriamo poi che per i puristi il bitcoin è a tutti gli effetti una moneta, anche se la sua utilità in tal senso è messa in discussione da più parti.

Bitcoin originariamente è stato progettato con lo scopo di favorire l’effettuazione di transazioni elettroniche, ma è indubbio come con il tempo si sia evoluto in un diverso tipo di strumento finanziario.

Certo, può ancora essere utilizzato per pagamenti e transazioni, ma i suoi limiti intrinseci hanno frustrato le aspettative di sostituzione delle monete fiat.

D’altra parte l’ingresso nel mercato di fondi istituzionali e piccoli risparmiatori evidenzia il valore del bitcoin in quanto asset. La sua recente performance ha attratto ancora più investitori, che consolidano ulteriormente il suo carattere di “bene” piuttosto che di “valuta”.

Nel frattempo, dopo l’entusiasmo iniziale dei commercianti, che nel biennio 2016-2017 ha portato diverse attività ad entrare nell’ecosistema crypto, l’interesse si è ridotto.

Diversi grandi rivenditori che accettano bitcoin riferiscono che il coinvolgimento dei clienti è minimo, e l’incertezza normativa nella maggior parte delle giurisdizioni internazionale rende gli esercenti cauti nell’investire in questo processo.

Può cambiare lo scenario?

Tutti questi aspetti, potrebbero rappresentare un ostacolo all’adozione planetaria del bitcoin.

E’ vero che “l’effetto ricchezza” teorizzato dai puristi, presuppone che i possessori della moneta saranno disposti a spendere parte dei propri bitcoin a fronte dell’aumento delle loro ricchezze, ma non credo che questo sia sufficiente a innescare la scintilla che porterà alla tanto agognata adozione di massa (a tal proposito basta vedere come la curva di adozione del bitcoin negli ultimi anni sia rimasta sostanzialmente invariata).

A mio avviso, è più veritiero uno scenario in cui il numero degli acquisti in bitcoin aumenterà grazie alla crescita dei volumi delle transazioni, ma la maggior parte dello sviluppo sarà probabilmente guidato da altri casi di utilizzo.

Una parte verrà da applicazioni pratiche, come i trasferimenti transfrontalieri.

Tuttavia, la recente enfasi riguardo al potenziale di investimento e al ruolo sempre più palese di riserva di valore, indica un cambiamento sostanziale nella percezione del bitcoin.

Basta vedere la corsa sfrenata al bitcoin nei paesi più colpiti dalla crisi monetaria (Turchia e Venezuela in testa), che viene appunto percepito come la riserva di valore ideale per proteggere il proprio capitale dal crollo delle rispettive valute nazionali, sempre più falcidiate dall’iper-inflazione.

In tale contesto, lo spostamento del focus dal “bitcoin come mezzo di pagamento” al “bitcoin come investimento” potrebbe avere implicazioni anche sullo sviluppo a lungo termine.

Infatti l’abbassamento dei costi di transazione e lo sviluppo delle sidechain diventerebbero meno prioritari, a fronte dei miglioramenti in termini di sicurezza e fruibilità delle varie piazze di negoziazione (gli exchange di criptovalute per intenderci, che attualmente, salvo qualche rara e lodevole eccezione, non forniscono assolutamente degli standard qualitativi degni di nota).

In tale ambito, presto potrebbe arrivare anche quella chiarezza normativa auspicata proprio dagli attori principali del mercato.

Infatti la natura multiforme del bitcoin è difficile da comprendere e disciplinare per i regolatori: un approccio più focalizzato renderebbe più semplice la creazione di protezioni specifiche, che a loro volta potrebbero incoraggiare ulteriormente questo tipo di utilizzo, in quello che sarebbe uno splendido circolo virtuoso.

E la confusione tra i media mainstream e il pubblico in generale potrebbe gradualmente lasciare il passo alla comprensione che questa nuova tecnologia non è una minaccia per il sistema finanziario tradizionale, ma può completarlo, diventare parte di esso e aiutarlo ad evolversi.

Iscriviti alla mia newsletter

Dopo la NYSE, la CBOE presenta nuovamente l’istanza per un Bitcoin ETF

La Sec rinvia al 2019 la decisione sui bitcoin ETF

Come anticipato nei giorni scorsi su questo blog, ieri sera la Securities and Exchange Commission ha annunciato il rinvio della decisione sull’approvazione  della richiesta della CBOE in collaborazione con le società VanEck e Solid X per il lancio di bitcoin ETF.

La decisione è stata giustificata con la necessità di un’ulteriore raccolta di informazioni, infatti nel comunicato dell’agenzia federale si legge:

“Il rinvio della decisione si è reso necessario in considerazione delle questioni legali e politiche emerse dalle richieste di cambiamento delle attuali regole. Questo non significa che la Commissione abbia già raggiunto una decisione, quanto piuttosto che la Commissione stessa incoraggi le persone interessate e aventi causa a fornire i propri commenti sulla proposta in questione, che comporterà un cambiamento delle regole attuali.”

La decisione sui bitcoin ETF dunque è stata prorogata di altri 5 mesi e c’è da scommettere che la Sec prenderà tutto il tempo a sua disposizione.

In questo scenario, la deadline è prevista per la primavera del 2019.

Ad oggi, la SEC ha respinto più di 9 domande afferenti l’istituzione di bitcoin ETF, tra cui quella della Gemini Company (di proprietà dei gemelli WinkleVoss) e gli ETF ProShares proposti da Granite Shares & Direxion.

I motivi principali di ogni rifiuto sono stati il rischio di manipolazione del mercato e di frode.

Come ho già spiegato in questo articolo di agosto, l’unica richiesta che ha tutte le carte in regola per essere approvata è proprio quella della CBOE VanEck /Solid X, grazie alle misure proposte per evitare le manipolazioni di cui sopra.

Ora possiamo essere certi che un Bitcoin ETF  non sarà introdotto sul mercato almeno fino al 2019 e questo non è necessariamente un male.

Intanto se la Sec avesse voluto bocciare anche la richiesta della CBOE, lo avrebbe già fatto esattamente come le altre, e questo ci dimostra come la Commissione invece valuti questa istanza con un occhio di riguardo, viste le ottime caratteristiche del prodotto e la serietà delle società emittenti (in testa la CBOE).

Inoltre questo ritardo darà la possibilità a un maggior numero di investitori di accumulare bitcoin in previsione dell’approvazione dell’ETF nel 2019.

Bitcoin: le balene tornano in azione!

Bitcoin: le balene tornano in azione!

Nei giorni scorsi un utente di Reddit ha postato un’analisi dettagliata delle transazioni generate da un wallet che, dopo essere rimasto dormiente per più di 4 anni, ha movimentato circa 4000 btc su binance e 11000 su bitfinex.

L’importo all’interno del wallet supera i 110000 bitcoin, per un controvalore di oltre $ 1 miliardo!

Il post rivaela un probabile collegamento tra il wallet in questione e“Silk Road”,  il bazar del dark web noto soprattutto per la vendita di sostanze stupefacenti e armi da fuoco, che è stato chiuso nel 2013 dalle autorità statunitensi.

Dump imminente?

La community internazionale si interroga sulle reali intenzioni di queste balene: infatti l’operatività su binance e bitfinex è limitata alle altcoins o ai Tether Dollari, dunque la conversione in moneta fiat è esclusa; senza contare il fatto che inviare importi simili su un exchange svela l’identità dell’effettivo possessore (su Binance ad esempio gli account non verificati hanno delle severe limitazioni sui depositi/prelievi).

Una lettura in tal senso potrebbe essere quella di un tentativo di riciclare il denaro grazie a delle altcoins “anonime” che non sono rintracciabili una volta prelevate dall’exchange (su Binance infatti è possibile acquistare Monero, Zec e Dash per fare alcuni esempi).

Un altro scenario potrebbe essere quello basato sul “complottismo”: questi ingenti trasferimenti di bitcoin, relazionati all’impennata di posizioni short registrata sabato scorso, potrebbero essere frutto di una manovra speculativa messa in atto allo scopo di guadagnare sulla manipolazione del prezzo.

Quel che è certo, è che potenzialmente la quantità di bitcoin trasferita sugli exchange sopraccitati è sufficiente a influenzare il mercato al pari di Mr. Kobaiashy, il liquidatore dell’ex exchange Mt Gox, meglio conosciuto come the Tokyo Whale, che con i suoi sell-off ha causato vari dump sul mercato cripto nel primo semestre 2018.

E tu cosa ne pensi? È imminente un sell-off? In che modo questa storia influenzerà il mercato cripto? Fammi sapere nei commenti qui sotto.

Bitcoin dominance al 50% – altcoins in profondo rosso

Bitcoin dominance al 50% – altcoins in profondo rosso

Dunque come già anticipato nelle scorse analisi, la fatidica “quota 50%” è stata raggiunta e, per la precisione, il Bitcoin al momento si è attestato al 51% nella dominance index.

La settimana appena trascorsa è stata decisamente controversa per la moneta; è vero che ormai da sola raccoglie più della metà dell’intera capitalizzazione del mercato, ma dal punto di vista squisitamente tecnico si è avvicinata pericolosamente al supporto in area $ 6000, che in più di un’occasione è stato definito come la Linea del Piave del bitcoin.

bitcoin dollaro technical

Dopo la rottura del supporto in area $6800, amplificata dalla notizia del rinvio della decisione in merito ai bitcoin ETF da parte della Securities and Exchange Commission, la moneta è tornata a ritestare velocemente il livello $ 6000 sul quale sembra aver arrestato almeno temporaneamente l’impeto ribassista.

L’overreaction del mercato generata dalla notizia, riflette un’oggettiva condizione di indecisione determinata dai dubbi in merito alla futura approvazione dell’istanza della CBOE, che dunque ha scatenato un vero e proprio sell-off, alimentato ulteriormente da tutti gli stop loss piazzati appena sotto quello che universalmente veniva riconosciuto come l’ultimo livello su cui tentare una ripresa del trend al rialzo partito dai minimi di fine giugno.

Nella foto infatti si può apprezzare come in seguito alla rottura dei $ 6800, la struttura risulti ormai definitivamente compromessa.

In questa fase, la tenuta del supporto a $ 6000 è assolutamente decisiva, infatti un’eventuale rottura porterebbe a un retest dei $ 5800 con il rischio che sul grafico si vada a stabilire un nuovo lower low e questo scenario sarebbe davvero deleterio per la moneta, perchè andrebbe a confermare in pieno come il trend di medio periodo sia improntato decisamente al ribasso.

Al contrario, la tenuta del supporto darebbe luogo a un higher low, ossia un minimo più alto in relazione a quello di fine giugno, e questo sarebbe un ottimo livello di consolidamento da cui ripartire per tentare l’assalto ai $ 6800, vecchio supporto diventato nel frattempo resistenza, e magari anche il recupero della trendline che attualmente insiste in area $ 7000.

btc - usd technical

Possibili scenari

Il sentiment del mercato è improntato al ribasso e un’indicazione in tal senso ci viene fornita dal numero di posizioni short attualmente aperte sul bitcoin.

Dall’analisi del grafico relativo alle posizioni short presenti su bitfinex, si evince chiaramente come dal 4 agosto in poi, data in cui è stata violata al ribasso la trendline che unisce i massimi di gennaio, marzo e maggio, vi sia stato un aumento esponenziale del margin selling.

Questo indica come la maggior parte degli operatori siano orientati verso un imminente ribasso della moneta.

Nella giornata di sabato però lo spunto del bitcoin che è tornato a ritestare i $ 6500, ha provocato un deciso calo delle suddette posizioni, segno tangibile di come non sia così scontato l’esito favorevole delle operazioni che puntano sul ribasso in un’area che spesso ha fornito un supporto solidissimo alla quotazione.

Questo scenario ricorda molto quello di metà aprile 2018, dove l’improvviso rialzo del bitcoin da quota $ 6800 ha portato il prezzo a toccare gli 8000 dollari.

In quell’occasione infatti, il rialzo è stato alimentato proprio dal conseguente short squeeze.

Infatti nella sola giornata di giovedì 12 aprile sono state chiuse ben 16000 posizioni short con conseguente buy back del bitcoin, dunque il rialzo in corso è stato potenziato proprio dalle ricoperture dello scoperto.

Ovviamente questo scenario non è automatico e eventualmente sarà propiziato dalla rottura dei $ 6800, che al momento rappresenta la resistenza statica più solida (che “casualmente” è lo stesso livello di prezzo che, una volta violato, ha innescato la bull run di aprile).

Non è affatto detto però che i compratori, almeno nel breve periodo, avranno la forza di spingere la moneta sopra tale soglia e questo potrebbe determinare un nuovo test del supporto a $ 6000, dall’esito tutt’altro che scontato.

Dunque lo scenario attuale è dominato da profonda incertezza e senza una direzione chiara della quotazione, non è consigliabile prendere posizione.

short squeeze bitcoin

L’attuale capitalizzazione del bitcoin è di $ 111 miliardi ed è interessante notare come, proprio nel momento di maggior difficoltà sui minimi di fine giugno a $ 5800, proprio la capitalizzazione abbia contribuito a supportare la moneta.

Infatti sulla soglia dei 100 miliardi di dollari si è formata una vera e propria soglia psicologica a supporto della quotazione.

Inutile dire che la rottura di tale livello, determinerebbe uno scenario decisamente ribassista.

capitalizzazione bitcoin

Altcoins: profondo rosso

Capitolo a parte meritano le cosiddette monete alternative: infatti il lento ma inesorabile declino a cui stiamo assistendo ormai da maggio sembra non aver fine.

L’analisi delle performance negli ultimi 8 mesi delle top 20 altcoins del marketcap, ci restituisce uno scenario impietoso: tutte le monete in questione (con la lodevole eccezione di binance coin) hanno registrato perdite che oscillano tra il 70 e il 94%!

Il triste primato va a XEM, seguita a ruota da XRP, ADA E TRX.

analisi capitalizzazione mercato criptovalute

Ritorno alla realtà

La situazione attuale è figlia “dell’ubriacatura” collettiva del 2017, dove fiumi di capitali, sull’onda dell’entusiasmo, sono stati iniettati nel mercato e in progetti che poi si sono rivelate fallaci, quando non veri e propri scam (bitconnect docet) o che comunque non meritano le attuali capitalizzazioni nell’ordine dei miliardi di dollari, a fronte degli scarsi risultati ottenuti.

Quella in corso è una vera e propria selezione naturale del mercato, a cui sopravviveranno solo quelle monete dai fondamentali solidi e con alle spalle un team di sviluppatori adeguato.

In questo scenario, ragionevolmente il bitcoin continuerà a beneficiare della concentrazione dei capitali in atto e non è da escludere che nei prossimi mesi tornerà all’assalto di quota 60% nella dominance index, eguagliando i livelli di fine 2017.

Video analisi tecnica e fondamentale del mercato

Facebook
Visit Us On Twitter