Bitcoin: mining e profittabilità, siamo al bottom?

Bitcoin: mining e profittabilità, siamo al bottom?

Spesso nelle varie community abbiamo sentito qualcuno affermare che mai il prezzo del bitcoin sarebbe potuto scendere sotto una determinata soglia (prima $6000, poi $ 5000), in quanto un tale calo avrebbe determinato per i miners un saldo negativo in termini di profitto.

Non si capisce bene come tali analisti siano giunti a queste conclusioni, ma è bene sottolineare come il profitto derivante da tale attività non sia un numero astratto ma il risultato di calcoli precisi messi a sistema con una serie di altre variabili.

Ora, al netto della leggerezza con cui nel recente passato sono state fatte tali affermazioni, che denotano una scarsa attitudine nelle cryptocommunity alla verifica di fonti e notizie e una mera riproposizione acritica delle informazioni reperite in rete, è interessante notare come dopo l’ulteriore calo di ieri del bitcoin, i profitti derivanti dal mining (in base al paese, al costo dell’elettricità e al device utilizzato) siano arrivati in prossimità dello zero, quando non in negativo.

bitcoin mining

 

 

In tale contesto, si evidenzia come, a seconda della posizione geografica, i rendimenti possano variare sensibilmente e, ad oggi, il paese migliore per effettuare attività di mining sia il Venezuela.

paesi migliori per il bitcoin mining

Inoltre ci sono anche altre aree nel mondo dove, con un buon equipaggiamento, è possibile minare bitcoin intorno ai $ 4000.

Qui potete calcolare la profittabilità del mining inserendo l’hardware che eventualmente utilizzate e il costo dell’elettricità.

Bitcoin: siamo al bottom?

Questo potrebbe essere un elemento che dà forza a chi afferma che i livelli raggiunti ieri ($3500/3800) siano vicini al bottom?

Potrebbe.

bitcoin weekly

Anche i volumi incredibili della settimana appena conclusa, apprezzabili sul grafico settimanale, insieme alla lunga candela rossa relativa al prezzo, sono un segnale interessante in tal senso.

Analizzando i livelli dei volumi raggiunti a dicembre 2017 (e le corrispondenti candele) in relazione alla quotazione, vediamo come questo spesso sia un buon indicatore per individuare il top (inizio dicembre 2017) e forse il bottom (novembre 2018).

Anche l’RSI settimanale in zona oversold è un’ulteriore conferma al riguardo.

Ovviamente il condizionale è d’obbligo, anche alla luce dell’attuale fase delicata e del sentiment generale nel mercato, attualmente improntato su un’estrema negatività.

Crisi del debito: una nuova recessione all’orizzonte?

Crisi del debito: una nuova recessione all’orizzonte?

A dieci anni di distanza dalla grande recessione, si profila all’orizzonte una nuova crisi.

I livelli dei mercati azionari sui massimi storici e la tendenza all’aumento dei prezzi del settore immobiliare, rispecchiano lo scenario che ha preceduto lo schianto del 2008, quando dopo un lungo periodo di tassi d’interesse molto bassi, la Fed negli Stati Uniti ha avviato una politica di aumento dei tassi (esattamente come sta avvenendo in questi ultimi mesi), impattando negativamente sulla ricchezza delle famiglie e sui consumi.

Negli anni precedenti la recessione del 2008 infatti, la Fed ha ridotto i tassi d’interesse al minimo dell’1%, abbassando così gli interessi sui mutui e favorendo la crescita dei prezzi degli immobili di circa il 10% annuo.

La storia si ripete?

Quando la Fed nel 2005 ha iniziato ad aumentare i tassi, la bolla immobiliare è scoppiata nel giro di due anni.

Infatti molte persone hanno visto lievitare i propri mutui e non sono più riusciti a farvi fronte, vedendosi così ipotecare le case.

Le vendite delle proprietà pignorate hanno provocato un ulteriore calo delle quotazioni, portando l’indice nazionale dei prezzi delle case a diminuire del 30% in meno di tre anni.

Le banche che detenevano i mutui e i prodotti finanziari a essi collegati, hanno visto crollare i rispettivi profitti.

Nel 2009 ben 140 banche statunitensi sono fallite e, quelle che sono “sopravvissute”, spaventate dall’acuirsi della crisi hanno evitato di erogare nuovi mutui e prestiti alle imprese e addirittura si sono rifiutate di concedere prestiti ad altre banche i cui bilanci erano anch’essi in calo.

Il calo dei prezzi delle case dal 2007 al 2009 e la concomitante crisi dei mercati azionari, ha fatto crollare la spesa dei consumatori spingendo così l’economia in recessione.

Il crollo del credito bancario ha dato il colpo di grazia al sistema e ha contribuito a rallentare la ripresa negli anni successivi.

Tornando all’attualità, la bolla immobiliare riscontrabile in alcune aree del mondo non è paragonabile a quella pre 2008, dunque il rischio principale è dato da un calo del mercato azionario che, unitamente alla crisi del debito delle famiglie americane, potrebbe indurre una nuova contrazione dei consumi e spingere l’economia in recessione.

Oggi i prezzi delle azioni sono alti perché sostanzialmente i tassi di interesse a lungo termine sono estremamente bassi.

Infatti il tasso di interesse sui titoli del tesoro americano è inferiore al 3%, il che significa che il rendimento di queste obbligazioni al netto dell’inflazione è vicino allo zero.

Dunque la ricerca di maggiori rendimenti spinge gli investitori verso le azioni, facendo salire i prezzi delle stesse.

Ma i tassi a lungo termine stanno iniziando a salire e probabilmente aumenteranno sostanzialmente nel prossimo futuro, spinti dall’inflazione.

Tassi d'interesse USA rischio recessione

E poiché il deficit di spesa federale annuo esploderà nel prossimo decennio, occorreranno tassi di interesse a lungo termine sempre più alti per convincere gli investitori ad assorbire il debito con l’acquisto dei titoli di stato.

Non sarebbe sorprendente vedere nel prossimo futuro il rendimento dei Treasury a 10 anni superiore al 5%, con il rendimento reale che, al netto dell’inflazione, passa da zero a oltre il 2%.

Secondo l’economista statunitense Martin Feldstein, man mano che i tassi d’interesse a breve e a lungo termine si normalizzeranno, è probabile che anche i prezzi azionari tornino sui livelli medi del rapporto prezzo/utili.

Se il P/E ratio (Price-Earnings Ratio) dello Standard and Poor’s 500 regredisce alla sua media storica, oltre il 30% al di sotto del livello attuale, $ 10 trilioni della ricchezza delle famiglie verrebbero spazzati via.

S&P 500 P/E RATIO rischio recessione

Secondo Feldstein: “La passata relazione tra ricchezza delle famiglie e spesa dei consumatori suggerisce che un tale calo ridurrebbe la spesa annuale di circa $ 400 miliardi, riducendo il prodotto interno lordo del 2%. Aggiungendo a questa crisi della spesa gli effetti sugli investimenti delle imprese, il rischio di veder piombare l’economia nuovamente in recessione è alto.”

Quale scenario ci aspetta?

Solitamente le recessioni sono di breve durata, con una media di circa un anno tra lo scoppio della crisi e l’inizio della ripresa. perché le banche centrali rispondono alla crisi tagliando bruscamente i tassi d’interesse.

Questa volta però le banche centrali dei vari paesi non hanno praticamente spazio per una manovra simile (alla fed va un po’ meglio dato che le ultime previsioni danno i tassi al 3% entro il 2020, mentre in Europa ad esempio siamo ancora in prossimità dello zero).

Il disavanzo pubblico negli USA dovrebbe superare il trilione di dollari annuo nei prossimi anni e si prevede che il debito pubblico federale salga dal 75% del PIL a quasi il 100% entro la fine del decennio.

Anche da questo punto di vista all’Europa non va meglio, con i disavanzi pubblici degli stati membri in costante aumento e i debiti pubblici sempre più sotto pressione.

In questo scenario, la prossima recessione potrebbe essere più lunga e profonda del solito e sfortunatamente, non c’è nulla a questo punto che le banche centrali o qualsiasi altro attore governativo possa fare per evitare che ciò accada.

Delta Summit, Welcome to the Blockchain Island

Delta Summit, Welcome to the Blockchain Island

Guest post (di Luca Lamberti)

Si è da poco concluso il DELTA Summit di Malta, un summit interamente dedicato al settore delle criptovalute, blockchain e DLT (Distributed Ledger Technology).

Perché abbiamo scelto il summit/incontro di Malta? Perché è stato fortemente voluto e sponsorizzato dal governo maltese.

Eh si, mentre in Italia si discute ancora nei vari TG e giornali sedicenti esperti se il Bitcoin sia una bolla o meno, in molti paesi del mondo (a dire il vero, la grande maggioranza) si è passati all’azione già da tempo.

Molti governi si stanno organizzando per integrare queste nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni ed alcuni si stanno impegnando nel creare un terreno adatto al fiorire e prosperare di società che operano in questo ambito.

 A tal proposito, Malta ha deciso di creare un hub dove far convergere centinaia di realtà del mondo cripto.

Ma mettere a disposizione infrastrutture (nella fattispecie un grattacielo ed un intero quartiere) non basta, bisogna legiferare.

E nel fare questo, il primo ministro Muscat ed i suoi ministri cosa hanno fatto? Hanno interpellato le maggiori aziende del mondo, quelle mondiali ed anche alcune locali chiedendo loro “cosa possiamo fare per invogliarvi a venire qui e farvi sentire protetti ed accolti?”.

Ecco, nel suo intervento CZ (all’anagrafe Changpeng Zhao) CEO & founder di Binance, la prima piattaforma di trading al mondo di crittovalute, che di recente si è trasferita da Hong Kong proprio a Malta, trascinandosi con sé centinaia di altre aziende del settore, ha tenuto a sottolineare come il governo maltese sia “il più progressista in Europa”.

Ha inoltre affermato che “I leader maltesi sono relativamente giovani, aperti di mente, aperti alla tecnologia… abbiamo bisogno di persone più giovani nei governi al fine di creare le giuste regolamentazioni; i leader devono essere alla mano, non ottusi e irraggiungibili”.

E detto da un imprenditore di successo, che in meno di 1 anno ha creato un’azienda che ha prodotto profitti netti per oltre 1 miliardo di dollari, ci dovrebbe far riflettere sulla nostra situazione in Italia, dove si discute di tante cose ma i fatti che potrebbero cambiare davvero la situazione nazionale tardano ad arrivare.

CZ ha anche voluto rimarcare come “Muscat sia stato il primo leader del mondo ad accogliere su Twitter una società blockchain (Binance)”.

Malta si propone come “hub” dove far convergere centinaia di realtà del mondo crypto

Delta Summit blockchain

La lungimiranza del governo maltese è evidente, vogliono proporsi come esempio per gli altri paesi europei. Inoltre, è doveroso ricordare che Malta è non solo un paese membro UE ma anche del Commonwealth; si trova quindi nella posizione chiave di incontro tra Europa e Commonwealth, soprattutto dopo la Brexit.

Il summit è stato ricco di interventi; i toni erano sereni, pacati e non ci sono state notizie “disruptive”, ma questo (come mi hanno confessato diversi relatori) è stato voluto dall’organizzazione, che desiderava un incontro internazionale sobrio, professionale e concreto. Direi un ottimo parterre dove fare networking in tutta serenità.

Ci sono stati diversi interventi e dibattiti. Forse in alcuni casi avrebbero potuto dare maggior tempo e spazio ad alcuni relatori, perché era palpabile che avessero molto di più da dire di quanto gli sia stato loro concesso; per limiti di tempo Il summit è iniziato con gli interventi istituzionali, che hanno rassicurato i partecipanti sul fatto che le istituzioni maltesi fanno sul serio e stanno lavorando alacremente, insieme alle aziende del settore. (…)

Dopo scrosci di applausi e totale approvazione della platea per le dichiarazioni, sale sul palco quello che forse era il personaggio più atteso, ChangPeng Zhao (detto CZ), CEO di Binance.

Dopo essersi congratulato con l’intero governo maltese per il lavoro svolto ha tenuto a ribadire che “troppe regole uccidono il mercato. Ci vogliono intelligenza e flessibilità”. Ha anche confermato di avere stretto una partnership con banche maltesi, molto pro crypto, per il trading in euro sulla sua piattaforma.

Nella breve intervista che mi ha poi rilasciato, ha confermato che stanno lavorando da tempo sulle transazioni in euro, che già stanno facendo test e che molto presto sarà possibile acquistare/vendere crittovalute su Binance in euro, nel pieno rispetto delle normative maltesi; cosa di cui beneficerà non solo la copiosa comunità italiana (che ringrazia per il supporto) ma l’intera Europa.

La blockchain e le criptovalute secondo ChangPeng Zhao

Delta Summit blockchain CZ intervista

Secondo CZ, è fondamentale introdurre la blockchain nel settore charity, perché assicurerebbe una trasparenza assoluta.

Mentre nella beneficienza “tradizionale” gli spostamenti di fondi non sono trasparenti e gran parte di essi viene deviata nelle tasche di privati corrotti (in Italia abbiamo avuto esempi recenti in tal senso). Con le valute digitali possiamo davvero aiutare i bisognosi, in tutti i paesi del mondo.

Binance sta investendo in tanti progetti e sta dedicando risorse in primis alla educazione sulla blockchain e sulle valute digitali. CZ sconsiglia alle startup di lavorare sull’ecosistema nella fase iniziale; non prima di aver lanciato e solidificato il proprio prodotto.

CZ di Binance si è reso disponibile a rispondere alle nostre domande e a quelle di molti altri; è inoltre restato per ore a disposizione dei molti imprenditori che desideravano incontrarlo per varie proposte; mentre sembra abbia chiuso alcune porte agli intermediari che cercano di far quotare i token dei loro clienti.

Questo ci è piaciuto molto e tutti abbiamo apprezzato la volontà da parte di Binance di fare chiarezza, soprattutto dopo la recente bufera sulla corruzione all’interno degli exchange.

Binance si conferma, anche sotto questo punto di vista, il riferimento del settore, dichiarando anche di dare una stretta alla selezione dei token che verranno quotati, e molti sono i CEO di altri exchange che seguono la loro rotta.

Le Public Sales (ICO) non stanno più funzionando

Tutti, all’unanimità, sono d’accordo sul fatto che le ICO in passato sono state lanciate in maniera errata, forse in preda all’entusiasmo collettivo, e che si debba rivedere il modus operandi delle start up.

Oggi, al fine di lanciare con successo una ICO, o il proprio token, bisogna PRIMA mostrare il prodotto/servizio alla comunità. Lo scopo di una ICO non dev’essere quello di finanziare una società, bensì dev’essere funzionale all’ economia crypto.

Questo perché molti progetti si sono rivelati fumo e sono falliti per incapacità dei team, o perché sono stati gonfiati con marketing aggressivo. In altre parole, gli investitori seri (non i piccoli appassionati con migliaia di euro in mano alla ricerca del miracolo) vogliono sostanza, tanta sostanza. E ci sono migliaia di progetti tra cui scegliere.

Le start up oggi devono mostrare un prodotto esistente, non basterà più una “promessa” sul white paper per convincere gli investitori. Il motto è “mostrami il tuo prodotto e poi offrimi il relativo token”.

Per questo motivo il settore si sta dirigendo sempre più verso l’investimento professionale (non è poi quello che abbiamo chiesto a gran voce tutti?); ci saranno sempre meno micro investitori privati e sempre più professionisti del settore; che oltre ad apportare i fondi necessari sono focalizzati sulla riuscita del progetto e non sulla mera speculazione finanziaria.

Anche se questa è una visione ancora utopistica, e non ancora attuale, devo tenere in considerazione tali affermazioni; visto che si tratta di advisor ed imprenditori molto esperti e direttamente coinvolti in molti progetti e, ovviamente, hanno una visione da insider. (…)

Per leggere la versione integrale del Reportage sul Delta Summit, oltre a tante altre notizie, analisi e approfondimenti, scarica il Report Bitcoin Facile!

 

Tether è morto, evviva Tether!

Tether è morto, evviva Tether!

Dopo gli eventi degli ultimi 10 giorni, è arrivato il momento di tirare le somme del “tether affaire” e analizzare a bocce ferme quanto accaduto.

Nelle ultime settimane molti traders hanno preferito convergere sulle stablecoins di recente emissione (GUDS, PAX e USDC) e questo si evince dai dati sugli scambi nei vari exchange dove le nuove stablecoins vengono listate su cross USDT (questo per dare l’opportunità al mercato di stabilire quale sia più affidabile).

Dopo il dump di tether del 15 ottobre e il conseguente spread tra gli exchange Fiat to Crypto (dove si trovano le quotazioni in dollari) e le piattaforme Crypto to Crypto (dove la maggior parte dei cross sono in moneta USDT), quest’ultima ha subito un calo significativo della capitalizzazione, scendendo a circa $ 1.9 miliardi.

E’ interessante notare come, dopo che molte persone hanno cercato di sbarazzarsi dei propri USDT accettando incredibilmente minimi di $ 0,92 (in sostanza arrivando a perdere fino a un ricco 8%), la situazione si è velocemente normalizzata grazie alla rapida risoluzione delle problematiche di Bitfinex, afferenti i depositi in monete fiat e l’annuncio della partnership con una banca delle Bahamas; infatti attualmente Tether è scambiata con uno “sconto” che oscilla tra l’1 e il 2%.

Tether “ricompra” USDT

In tale ambito, già dal 10 ottobre (quindi prima del dump) Tether ha iniziato a ritirare progressivamente dalla circolazione 600 milioni di pezzi inviandoli alla propria tesoreria, molto probabilmente facendo essa stessa arbitraggio (in pratica acquistando USDT dal mercato a sconto e accreditandosi un “controvalore futuro” di $ 1.

Tether treasury

Nulla di strano o illegale, dato che queste sono dinamiche perfettamente normali nei mercati finanziari.

Infatti quando una società ritiene che le proprie azioni siano “sottovalutate” dal mercato, procede al “buy back” ossia ricompra le proprie azioni contando che in futuro torneranno al loro” valore stimato”.

La capitalizzazione di Tether infatti è passata dai $2.8 miliardi di due settimane fa a circa $ 1.9 miliardi.

Quindi supponendo che $ 300M siano stati liquidati da altri operatori, questo significa che Tether ha riacquistato 600 milioni di token con uno sconto che oscilla tra il 2 e il 5%, con un potenziale guadagno che va dai $ 12 ai $ 30 milioni!

In tale contesto, è notizia del 24 ottobre che Tether procederà con la distruzione (burn) di 500 milioni di USDT, lasciando così nel suo treasury wallet circa 450 milioni di monete come riserva per le future emissioni di Tether dollari.

La Guerra delle Stablecoins

Il lato spiacevole di tutta questa situazione è dato da quei traders e operatori che, in una potenziale situazione profittevole, in perfetto “stile parco buoi” sono riusciti a perdere una montagna di soldi, di fatto svendendo i propri tether.

A questo ha contribuito un numero elevato di utili idioti, come crypto influenZZer e testate giornalistiche varie, che ciclicamente provano una sorta di gusto sadico, o per meglio dire masochistico, a bastonare Bitfinex e Tether, dimostrando così di non aver capito nulla delle reali dinamiche sommerse degli ultimi eventi.

Relativamente alla guerra in corso tra USDT e le nuove stablecoins, a supporto delle quali sta scendendo in campo la parte “istituzionale” del mondo crypto, resta da vedere se in futuro Tether continuerà a essere scambiato con questo leggero “handicap”. Una cosa però è certa: fino a quando non vedremo dei volumi adeguati confluire in queste nuove monete (parliamo di qualche $ milione contro la capitalizzazione di tether che al momento è appunto quasi nell’ordine dei $ 2 miliardi) la strada per loro sarà tutta in salita.

A questo proposito ricordo che Tether, nonostante tutte le critiche e le preoccupazioni, è stato generalmente sempre molto affidabile nel mantenere il suo ancoraggio al dollaro statunitense (con la parentesi degli ultimi 10 giorni), fornendo dunque un buon servizio, garantendo un network efficiente e un ottimo rapporto con molti exchange (è listato su circa 150 piattaforme), offrendo sostanzialmente una grande opportunità a quelle aziende e investitori, che diversamente sarebbero state escluse dal mercato a causa della chiusura del sistema bancario e finanziario.

Inoltre, come si evince chiaramente da questo interessante articolo di bloomberg, i volumi della maggior parte delle piattaforme del mercato sono palesemente gonfiati e bitfinex è uno dei pochissimi exchange a lavorare in modo chiaro e trasparente, fornendo un importante contributo all’ecosistema.

Dunque ritengo che le palate di fango arrivate su bitfinex nelle ultime settimane siano parte di un piano strutturato su più livelli, teso a eliminare uno dei principali competitor che ancora detiene una buona indipendenza dalle agenzie governative di controllo, a beneficio di quelle compagnie (Coinbase e Gemini, giusto per citarne alcune) che recentemente hanno ottenuto il placet (e di conseguenza il guinzaglio) delle autorità USA.

Una cosa è certa, la guerra di logoramento tra le varie stablecoins è iniziata!

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Tutti pazzi per le stablecoins

Tutti pazzi per le stablecoins

La moda del momento nel mondo delle criptovalute è quella delle cosiddette stablecoins, ossia delle valute digitali legate a dei beni reali come una valuta (euro, dollaro) o metalli preziosi (oro).

Un rapporto di Blockchain, fornitore di crypto wallet, pubblicato a settembre ha indicato come attualmente ci siano circa 50 progetti in fase di sviluppo e nei prossimi mesi è previsto il lancio di nuove stablecoins.

Come funzionano?

Esistono due tipi di stablecoins: reserve backed (ancorate direttamente al valore di un determinato asset) e algoritmiche.

Le stablecoins basate sulla riserva, funzionano un po’ come il denaro cartaceo ai tempi del gold standard, dunque supportato da riserve auree in una banca centrale: sono supportate in rapporto 1 a 1 dalle riserve delle valute a cui sono ancorati.

Emittenti di monete come Tether (USDT) “tokenizzano” i dollari scambiandoli con uno stablecoin e depositando i dollari in una banca. Quei dollari non vengono quindi toccati finché qualcuno non riscatta lo stablecoin per i dollari stessi.

Il secondo tipo di stablecoin non è supportato da alcuna riserva ma è controllato da un algoritmo, che cerca di bilanciare domanda e offerta per mantenere un ancoraggio a qualcosa come il dollaro USA.

Ovviamente quest’ultima è la classe di stablecoin più difficile da progettare e sviluppare.

Perché è nata l’esigenza di monete stabili?

Le criptovalute sono caratterizzate da estrema volatilità e proprio questa caratteristica alimenta le critiche nei confronti delle valute digitali, che vengono indicate dai detrattori più come un investimento speculativo piuttosto che delle valute o degli assets.

Le stablecoins sono un tentativo di sfruttare i vantaggi delle criptovalute – il valore può essere trasferito digitalmente – combinandole con la stabilità delle valute tradizionali.

Le valute stabili sono in grado dunque di risolvere una serie di use cases, per i quali ad esempio il bitcoin e ethreum non sarebbero idonei.

Per cosa sono usate?

Il caso d’uso più comune è al momento quello di liquidità per lo scambio e il trading di criptovalute, infatti per motivi di conformità, molti exchange sono stati esclusi dal sistema bancario tradizionale e di conseguenza non accettano depositi in valute fiat.

Ovviamente anche i clienti di queste piattaforme vogliono poter scambiare le loro cripto in un asset o una valuta stabile, come ad esempio il dollaro, nei momenti di estrema volatilità, ed ecco che le stablecoins offrono la soluzione a questo problema.

Tuttavia, gli sviluppatori delle monete digitli stabili, ritengono che la tecnologia potrebbe consentire lo sviluppo di prodotti finanziari più complessi su cryptoassets – cose come assicurazioni, pagamenti di dividendi contrattuali tramite smatr contracts o prestiti.

Quali sono le più famose monete stabili?

Tether (USDT) è di gran lunga la stablecoin più popolare ed è utilizzata principalmente dagli exchange per offrire liquidità simile al dollaro.

In tale contesto, l’USDT è la seconda criptovaluta più scambiata (con circa il 60% del volume degli scambi giornalieri di bitcoin) ed è nella top 10 delle monete a maggiore capitalizzazione.

Sempre secondo il report di blockchain.com attualmente ci sono circa 57 stablecoins in fase di sviluppo.

In tale ambito, molti investitori stanno entrando pesantemente nel settore e fino a oggi sembra che siano stati raccolti $ 335 milioni in finanziamenti di venture capitalists da parte di tutti i team che progettano stablecoins.

Il successo di Tether, ha stimolato la community e diversi sviluppatori a realizzare un prodotto “migliore”, cavalcando anche le critiche all’USDT (spesso strumentali nda) relativamente ai suoi standard di controllo, alla presunta opacità aziendale e accuse più o meno velate di manipolazione del prezzo delle maggiori criptovalute. Di conseguenza, molti nel settore ritengono che vi sia l’opportunità di fornire una soluzione alternativa.

L’enorme potenziale e il numero di use cases in aumento, ha fatto sì che molti imprenditori abbiano visto lo spazio per una crescita imponente di questa fetta di mercato.

Tether contro tutti

In questo scenario, per le nuove stablecoins (soprattutto per quelle che ambiscono a mettersi in concorrenza diretta con tether come fornitore di liquidità) sarà fondamentale raggiungere dei livelli di liquidità adeguati, nell’ordine di diversi miliardi di dollari, altrimenti finiranno per passare tempi più duri di quanto molti possano immaginare.

Si legge nel rapporto: “Tether, nonostante tutte le critiche e le preoccupazioni, generalmente è stata molto affidabile nel mantenere il suo ancoraggio al dollaro statunitense, fornendo un buon servizio, oltre a poter contare su un network efficiente, all’ottimo rapporto con molti exchange (è listato su circa 150 piattaforme) e ovviamente può contare sull’ottava posizione nel market cap.”

Un altro potenziale ostacolo è il controllo normativo. Infatti le banche centrali potrebbero essere più risolute nell’agire nei confronti delle stablecoins piuttosto che sulle criptovalute canoniche come bitcoin, perché le stablecoins somigliano in maniera più significativa alle monete legali e potrebbero avere effetti sulla politica monetaria.

In quest’ottica, non tutti nella community crypto credono nel successo delle monete stabili; quel che è certo è che siamo di fronte a una nuova concezione della moneta che potrebbe rivoluzionare il nostro modo di intendere il denaro.

La tecnologia al momento è ancora agli albori ed è improbabile che al momento esista il progetto perfetto, ma nei prossimi mesi assisteremo sicuramente alla sperimentazione e a notevoli progressi di questo nuovo settore del mondo delle valute digitali.

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P.S. Negli ultimi giorni ci sono state molti rumors relativi al fatto che alcuni traders preferirebbero le stablecoins di recente emissione (GUDS, PAX e USDC) e questo si evincerebbe dai dati degli scambi sugli exchange dove le nuove stablecoins vengono listate su cross USDT (questo per dare l’opportunità al mercato di stabilire quale sia più affidabile).

Infatti su binance attualmente vediamo come la coppia PAX/USDT abbia già accumulato diversi $ milioni in volume di scambio e, nello specifico, PAX è valutato a 1.0078 contro USDT.

A mio avviso la situazione può esser letta come la necessità dei singoli traders di scambiare i propri  USDT per dollari fisici e, in tale contesto, PAX e USDC possono essere convertiti in USD presso i rispettivi emittenti da chiunque abbia un account cliente verificato. Pertanto, è possibile che i traders che cercano di incassare siano disposti a pagare un leggero sovrapprezzo per scambiare i loro USDT per un bene che può essere più facilmente riconvertito in fiat.

Resta da vedere se in futuro Tether continuerà a essere scambiato con questo leggero “handicap” nei confronti delle nuove stablecoins. Una cosa però è certa: fino a quando non vedremo dei volumi adeguati confluire in queste nuove monete (parliamo di qualche $ milione contro la capitalizzazione di tether che al momento è nell’ordine dei $ 2.8 miliardi) la strada per loro sarà tutta in salita!

Bitcoin: sei anche tu nell’elite dell’1%?

Bitcoin: sei anche tu nell’elite dell’1%?

Guest post

Di recente Steve Lee, Product Director di Google, ha affermato che solo l’1% della popolazione mondiale potrà possedere più di 0.28 BTC.

Che tradotto significa che se possiedi più di questa cifra, che attualmente ammonta a circa 1500$, e lo mantieni in portafoglio nel tempo, farai parte di sicuro della ristretta cerchia di possessori del nuovo “oro digitale” negli anni a venire. Per tutti gli altri non è detto sarà così.

Questa affermazione a mio avviso è volutamente sensazionalistica e tesa a stimolare il nostro Scarcity Bias, e cioè quella reazione incondizionata del nostro cervello che ci spinge ad accaparrarci quello che secondo noi è scarso e che perciò potrebbe esserci molto utile ed essenziale in futuro.

Cercando però di ragionarci un po’ su, ci rendiamo conto che questo modello, pur avendo molti limiti oggettivi, getta un po’ di luce in più su  questo fenomeno delle criptovalute, sulla loro adozione e sul fatto che questo sia un gioco ancora da Early Adopters. Oltre a evidenziare alcuni numeri interessanti sul fenomeno.

Ma procediamo per ordine.

Tutto parte da una ricerca di Kim Grauer, fatta per conto di Chainalysis, nella quale si evidenzia come circa 4 dei 21 milioni di BTC che verranno minati, risultano essere stati persi in maniera definitiva.

Come sappiamo Bitcoin, per come è costruito l’algoritmo che sostiene il mining, è una valuta digitale a supply fissa. È stato cioè imposto un limite di 21 milioni di monete che potranno essere create da qui al 2140. Non una di più.

È questo uno degli aspetti più meritevoli di interesse per questa forma di denaro rivoluzionaria e che va contro il modello prettamente inflazionistico delle valute con le quali siamo abituati a convivere.

Ma passiamo ai calcoli e cerchiamo di capire un po’ di più cosa rappresenti questo 1%, questa “bitcoin elite”.

Alla total supply di Bitcoin, che abbiamo detto essere 21 milioni di unità, vanno quindi tolti questi 4 milioni di BTC che sono stati persi, nel senso che i possessori non riescono più ad accedere ai loro wallet e di conseguenza movimentare i loro fondi, poiché hanno smarrito le loro chiavi private.

A questi va aggiunto un altro milione circa, che sono quelli contenuti nel wallet del creatore della moneta Satoshi Nakamoto che, secondo vari esperti, non è più accessibile.

Quindi 21-4-1 fa circa 16.

E qui già scopriamo un aspetto interessante della faccenda, e cioè che le quotazioni del prezzo di Bitcoin non tengono conto di questa parte di monete perse per sempre. Possiamo quindi ipotizzare con una certa sicurezza che il suo valore in termini di prezzo al momento sia sottostimato. Difficile dire quanto questo possa influire sul prezzo, ma il fatto che un buon 25% della supply non possa essere “spesa”, rappresenta di sicuro una leva importante.

Ma continuiamo coi numeri…

Se consideriamo che la popolazione attuale del pianeta è di circa 7.6 miliardi, l’1% è rappresentato da più o meno 76 milioni di persone.

Se dividiamo quindi 21 per 76 otteniamo quello 0.28 di cui parla l’esponente di Google. Se però consideriamo i Bitcoin persi per sempre, questa cifra scende a 0.22.

In pratica se possiedi 0.22 Bitcoin (circa 1500$), nel tempo solo l’1% della popolazione mondiale potrà possederne più di te!

Questo ragionamento ha varie “falle” da un punto di vista prettamente logico, ma ci fa capire quali siano i numeri in gioco e la portata del fenomeno.

Il primo ordine di grandezza che andrebbe rivisto è secondo me la popolazione mondiale. Come sottolineano infatti un po’ tutti gli esperti, molto probabilmente aumenterà il suo tasso di crescita nel tempo, questo a causa della sempre minore presenza di conflitti di rilevanza, delle innovazioni tecnologiche e della sempre più massiccia diffusione del benessere a seguito della divulgazione del modello consumistico.

Altra considerazione importante da fare è che, oltre alla popolazione, crescerà di sicuro il suo livello di informatizzazione, nonché la diffusione degli smartphone e della connessione alla rete. E questo ovviamente farà si che sempre più persone possano accedere alle criptovalute.

Oltre a ciò possiamo star certi che altre chiavi private verranno smarrite nel tempo, rendendo la moneta in qualche modo, se vogliamo, “deflazionaria”.

Aldilà dei numeri effettivi, che lasciano un po’ il tempo che trovano, che sono piuttosto difficili da calcolare con precisione e che fanno riferimento a fenomeni in continua evoluzione, penso che tutti questi fattori non vadano che a corroborare la tesi che siamo in presenza di un mercato che è ampiamente sottostimato e che riguarda perlopiù uno sparuto gruppo di early adopters.

Siamo ben lontani dall’adozione di massa e dalla larga diffusione di questa rivoluzionaria forma di denaro e tutti questi indizi ci fanno dedurre che la sua scarsità, e di conseguenza ovviamente il suo prezzo, non potranno che aumentare.

E tu cosa ne pensi? Possiedi già questa fatidica cifra di 0.22 Btc? Sei già in questa “cerchia ristretta” di possessori del nuovo “oro digitale”? Vale la pena entrarci?

Thomas

Criptovalute, i giornalisti nostrani “rimandati a settembre”

Criptovalute, i giornalisti nostrani “rimandati a settembre”

Questa mattina ho letto un articolo dal titolo quantomeno discutibile “Le criptovalute sono uno dei tanti modi per separare il denaro dagli stupidi”.

Non ho mai visto qualcosa che contenesse una tale quantità di inesattezze e manipolazioni della realtà.

Senza indugio, ho deciso di scrivere un articolo a confutazione di queste bizzarre affermazioni.

Sono riuscito a mantenere il tono della discussione su ottimi livelli di civiltà, al contrario dell’autore dell’articolo oggetto di discussione che, con grande sprezzo del ridicolo, dà degli stupidi a milioni di investitori retailers (me compreso), migliaia di operatori istituzionali e commissari delle varie agenzie federali, quali la Securities and Exchange Commission americana, che hanno già approvato svariati prodotti finanziari sul bitcoin.

Partiamo dal titolo.

Intanto è quantomeno pretestuoso, se non totalmente inopportuno, insultare letteralmente milioni di investitori sulla base di convinzioni personali (ricordo velocemente che giusto qualche giorno fa la New York Stock Exchange ha annunciato il lancio del suo primo prodotto sul bitcoin, ma ci torneremo).

Dunque delle due l’una. O il signor Piccone (l’autore dell’articolo sul Sole 24 ore nda) ritiene di avere competenze in materia di criptovalute superiori agli analisti della NYSE o a quelli di Black Rock (l’asset manager più grande al mondo con i suoi $ 7 trilioni di capitali gestiti), che giusto pochi mesi fa ha annunciato la creazione di un fondo sulle valute digitali o forse, sottolineo forse, sarebbe il caso che studiasse un pochino, così da evitare in futuro di scrivere articoli su argomenti di cui ignora persino le basi.

Dopo questa doverosa premessa, voglio procedere alla confutazione punto per punto delle affermazioni contenute nell’articolo del Sole.

Limiti tecnologici

Nell’articolo si legge:

ci sono limiti di natura tecnologica che contribuiscono a rendere inefficiente l’uso delle criptovalute come strumento di pagamento (Visa processa circa 1600 transazioni al secondo, un multiplo della blockchain). L’uso nei pagamenti all’ingrosso è ostacolato dall’incertezza dei costi associati alla singola transazione e dai tempi di esecuzione”.

Vero, il numero di transazioni in bitcoin (dunque non di tutto il mercato, ma solo della moneta a più alta capitalizzazione con circa il 50% di dominance) è ancora lontano da quello di Visa, che ad esempio nel 2016 ha processato transazioni per un valore di circa $ 9 trilioni. Ma se andiamo a vedere i dati del 2018, scopriamo che il numero di transazioni in bitcoin, con i suoi $ 1.3 trilioni, ha già superato abbondantemente quelle di PayPal e Discover, che non sono proprio gli ultimi arrivati!

bitcoin vs paypal

Giustamente si obietterà che le criptovalute sono ancora un settore di nicchia e la maggior parte delle transazioni avvengono in un contesto speculativo.

Questo è vero, ma nei prossimi anni la situazione potrebbe mutare radicalmente, se gli sviluppatori del Bitcoin core saranno in grado di rendere più snella e accessibile la tecnologia, favorendo così l’aumento della curva di adozione.

In tale ambito, lo sviluppo del Lightning Network sembra essere in procinto di “chiudere il gap” grazie:

  • al miglioramento della privacy: le transazioni all’interno di un canale LN restano private, al contrario di quelle su blockchain;
  • all’implementazione di smart contract e dunque tokens su layer LN;
  • alla possibilità di effettuare grandi quantità di microtransazioni immediate, idonee alle applicazioni Internet of Things.

Di fatto LN e’ una sorta di infrastruttura, di protocollo, sul quale sara’ possibile costruire svariate tipologie di applicazioni, aggiungendo layer di reti “sopra” quella bitcoin.

Un po’ come internet, che nei primi anni ’90 era agli albori e con il tempo vi sono state “costruite” sopra una miriade di applicazioni.

Insomma con il lightning network si prospetta uno scenario dalle potenzialità enormi.

Il mercato dei Bitcoin ha registrato un aumento di quasi l’80% annuo negli ultimi cinque anni, raggiungendo il suo picco nel 2017 con un aumento del valore delle transazioni pari a otto volte.

Se lo stesso tasso di crescita sarà mantenuto anche nei prossimi anni, il futuro ci riserverà delle belle sorprese, incluso il Bitcoin che supera Visa (con il tasso di crescita sopra menzionato teoricamente la criptovaluta ha le potenzialità per superare i 13 trilioni di dollari in transazioni entro il 2023).

Il bitcoin non è un asset per la riserva di valore

Nell’articolo si legge:

Riserva di valore? Al momento è impensabile parlare di Bitcoin come riserva di valore in quanto il protocollo è pensato per simulare una «politica monetaria» fissa, deterministica e anelastica. L’offerta di moneta cresce costantemente. Domanda e offerta di Bitcoin (in assenza di sottostante) saranno le sole determinanti del valore. In pratica con i bitcoin l’offerta di moneta non può mai essere restrittiva”.

Dunque secondo l’editorialista, è impensabile parlare di bitcoin in termini di asset per la riserva di valore.  

E allora come mai nei paesi colpiti dall’attuale crisi monetaria (Venezuela e Turchia gli ultimi in ordine di tempo) con le rispettive valute nazionali falcidiate dell’iper-inflazione, assistiamo a una corsa sfrenata al bitcoin e più in generale alle criptovalute, proprio in ottica di riserva di valore? (per verificare, sarà sufficiente analizzare i volumi di trading di questi paesi, dati facilmente reperibili in rete).

crisi del bolivar

Nella foto il controvalore in bolivar, la moneta venezuelana, di un rotolo di carta igienica

Per ovvi motivi di spazio, nel caso vogliate approfondire il discorso vi rimando a questo articolo, dove ho analizzato il bitcoin proprio nelle “vesti” di asset per la riserva di valore.

Tornando al punto B, leggiamo che “l’offerta di moneta cresce costantemente” e “con i bitcoin l’offerta di moneta non può mai essere restrittiva”, sottintendendo dunque che la domanda sia in calo.

Forse l’autore ignora che l’offerta della moneta cresce proprio perché aumenta la domanda (per capire questo concetto, basta studiare il white paper del bitcoin).

Inotre in riferimento all’affermazione secondo cui l’offerta della moneta non può essere restrittiva, al giornalista sfugge il particolare che Il bitcoin ha una chiara natura deflattiva (visto il tetto massimo di 21 milioni di pezzi che si potranno minare), dunque aumentando il numero di utilizzatori aumenterà anche il valore, in base al principio di scarsità di un determinato bene.

Le criptovalute non hanno una banca centrale alle spalle

Sempre nell’articolo leggiamo:

Non sono emesse, né garantite da una banca centrale o da un’autorità pubblica

Lapalissiano, infatti il bitcoin con la relativa blockchain nasce con l’obiettivo di disintermediare e decentralizzare le transazioni. Inoltre alla base del concetto stesso di blockchain, c’è proprio la volontà di trasferire il concetto di “fiducia” da un ente centrale a tutti i membri della blockchain.

Le criptovalute non sono regolamentate

Leggiamo ancora:

“Non godono dello status giuridico di valuta o di moneta (emissione a corso legale); Non sono regolamentate all’interno della UE quindi non offrono alcuna tutela giuridica ai consumatori”

Questa è una mezza verità.

Allo stato dell’arte le criptovalute non godono ancora dello status giuridico di valuta, ma se andiamo a leggere molti documenti ufficiali di agenzie governative e internazionali, scopriremo che l’Agenzia delle entrate con la Risoluzione Ministeriale N. 72 del 02/09/2016 scrive:

Per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa. La Società, pertanto, non è tenuta ad alcun adempimento come sostituto d’imposta.”

In pratica l’Agenzia delle entrate considera le criptovalute al pari di una valuta estera.

Riguardo al fatto che le valute digitali non godrebbero di tutela giuridica perché non regolamentate all’interno dell’Unione Europea, sottolineo come il Parlamento e il Consiglio Europeo nella direttiva 2018/843 del 30 maggio 2018 abbia stabilito che entro il 2020 gli Stati membri dell’Unione Europea dovranno introdurre obbligatoriamente lo status nel loro ordinamento giuridico, infatti la direttiva dovrà essere recepita a livello di singole nazioni prima del 10 gennaio 2020.

A tal proposito, consiglio vivamente la lettura di questo articolo, dove ho analizzato il report creato su richiesta della Commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento Europeo “Valute virtuali e politica monetaria delle banche centrali: le prossime sfide”, dove si parla delle valute digitali in temi decisamente concilianti e si analizzano i benefici che porteranno all’economia nel prossimo futuro.

Le criptovalute sono un investimento rischioso

“Sono considerate (le criptovalute nda) strumenti ad alto rischio, non garantiti da immobilizzazioni immateriali.”

Vero, le criptovalute sono una classe di investimento decisamente ad alto rischio, grazie all’estrema volatilità del mercato (caratteristica che ne fa uno dei mercati più brillanti e redditizi per chi sa muoversi con abilità e disciplina).

E poi perchè non parliamo dei silenzi imbarazzanti di tutta la stampa italiana, sui debiti di alcuni istituti di credito e di alcune delle più grandi società italiane (parmalat docet) che hanno causato fallimenti pesantissimi e danni incalcolabili a molti investitori?

Tornando alle criptovalute e al bitcoin, se proviamo ad andare più a fondo e ad analizzare il contesto internazionale, scopriremo altri scenari molto interessanti.

Come ho già anticipato all’inizio dell’articolo, gli abitanti delle nazioni colpite dalla crisi monetaria sono alla costante ricerca di beni rifugio con cui proteggere, se non incrementare, il valore dei propri risparmi.

In tale contesto, il bitcoin è balzato velocemente in cima alla lista degli asset preferiti da queste persone, sia per la facilità di accesso (è sufficiente una connessione internet per acquistare bitcoin) vuoi perché i cosidetti “unbanked” non hanno modo di procurarsi metalli preziosi o strumenti finanziari idonei.

volume di trading bitcoin in Venezuela

Dunque è chiaro come il bitcoin sia in netta competizione con altre classi di asset tradizionalmente note per avere caratteristiche intrinseche di riserva di valore.

Prendiamo ad esempio l’oro.

Di seguito trovate i grafici logaritmici settimanali dell’oro e del bitcoin in relazione al dollaro americano:

oro-dollaro chart settimanale


bitcoin dollaro grafico settimanale

Credo questo sia uno di quei casi in cui le immagini non necessitano di ulteriori commenti. A voi il giudizio.

Le criptovalute sono un rischio per la stabilità dell’economia mondiale

Ed ecco il gran finale:

“Il Financial Stability Board ha sottolineato che i rischi per la stabilità finanziaria potrebbero aumentare in modo repentino con conseguenze sistemiche”.

Perché si dà conto del parere del Financial Stability Board, legittimo per carità ma di certo non il verbo assoluto, e non si menzionano gli innumerevoli studi che danno una visione più oggettiva e aderente alla realtà delle valute digitali?

Come il già citato rapporto del Parlamento Europeo “Valute virtuali e politica monetaria delle banche centrali: le prossime sfide”, dove si legge testualmente: “Crediamo, la cosa piaccia o meno, che le valute virtuali rimarranno un elemento permanente dell’architettura finanziaria e monetaria globale per gli anni a venire”.

Se le criptovalute fossero davvero un pericolo per la “stabilità finanziaria internazionale”, istituzioni del calibro della Chicago Board Options Exchange avrebbero al loro interno dei futures basati sul bitcoin? O, ancora meglio, presenterebbero alla Securities and Exchange Commission una richiesta formale per il lancio di Bitcoin ETF, che appunto prevederanno l’acquisto fisico del sottostante? O la New York Stock Exchange lancerebbe sulla propria piattaforma BAKKT dei bitcoin futures “fisici”?

Considerazioni finali

Mi piacerebbe avere una risposta in merito a queste argomentazioni.

Non vorrei che questo fosse solo l’ultimo di una serie di articoli faziosi e denigratori nei confronti di una tecnologia che si stenta a comprendere e che invece meriterebbe ben altra considerazione.

Infatti è un’abitudine ciclica, quella di chiamare lo scoppio di questa fantomatica bolla o di dare per spacciato il bitcoin.

Peccato però che poi si viene puntualmente e clamorosamente smentiti, come ho evidenziato in questo articolo dello scorso inverno, dove mi sono divertito a raccogliere le “profezie di sventura” degli ultimi 5 anni di alcune testate economiche, che oggi fanno abbastanza sorridere.

Tutto questo mentre a Malta, nel cuore dell’Unione Europea in questi giorni si svolge il Delta Summit dove il Primo Ministro Muscat ha organizzato l’evento per favorire l’incontro tra le istituzioni e il Gotha del mondo cripto, con il palese intento di accreditare l’isola come l’avamposto europeo delle Valute digitali.

In tale contesto, mi fa particolarmente piacere l’ingresso dell’Italia nell’European Blockchain Partnership, che ci dimostra come l’attuale governo abbia una sensibilità notevole verso queste tematiche.

Speriamo che anche la stampa nostrana si adegui e riesca a fornire, in un futuro non troppo lontano, delle valutazioni oggettive e aderenti alla realtà.

Se queste sono le premesse però, la strada da fare è ancora lunga.

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Bitcoin: metodo di pagamento o riserva di valore?

Bitcoin: metodo di pagamento o riserva di valore?

La bitcoin mania ormai coinvolge buona parte della popolazione mondiale e, al netto di quelle persone che guardano alle criptovalute come a una possibile soluzione contro la crisi monetaria che affligge le loro nazioni, anche gli investitori istituzionali e i retailers sono attratti da questo mercato.

In tal senso, arrivano dei segnali interessanti dall’ingresso nel mercato di asset manager del calibro di Black Rock con fondi basati sulle criptovalute, dallo sviluppo della piattaforma BAKKT da parte della New York Stock Exchange che ha appena annunciato il lancio dei primi bitcoin futures “fisici” e dall’interesse che ruota intorno alla futura decisione della Sec sui Bitcoin ETF.

Ricordo che un recente sondaggio quest’estate ha mostrato che solo l’8% degli americani possiede criptovalute, ma il 50% sarebbe disposto ad acquistarne!

A fronte di questi dati, che mostrano inequivocabilmente come l’attuale capitalizzazione del mercato cripto abbia dei margini di crescita esponenziali, nel 2018 il valore delle transazioni in bitcoin ($ 1,3 trilioni) hanno superato quelle di colossi del calibro di PayPal e Discover.

Nonostante queste e molte altre notizie, che delineano un quadro dei fondamentali del bitcoin davvero promettente, la tanto attesa adozione di massa stenta ad arrivare.

Anche perché la questione si inserisce in un quadro molto più ampio.

Intanto la scarsa chiarezza normativa dal punto di vista giuridico e fiscale sicuramente non favorisce una dinamica di adozione condivisa.

Inoltre, anche volendo considerare per un momento che questa situazione non costituisca un freno per l’adozione delle criptovalute come metodo di pagamento da parte dei grandi e piccoli rivenditori, questo non significa che un numero significativo di persone le stiano usando per tale scopo.

E qui arriviamo alla questione decisiva che ho posto nel titolo del pezzo.

Il bitcoin è da considerare come una valida alternativa ai metodi di pagamento tradizionali o è assurto al ruolo di asset per la riserva di valore, al pari dell’oro e dei metalli preziosi?

Il futuro del bitcoin

Lo sviluppo della moneta e del mercato, ruota tutt’intorno a questa dicotomia.

Intanto cerchiamo di capire il motivo per cui un commerciante dovrebbe scegliere di accettare il bitcoin come metodo di pagamento.

Gli svantaggi di tale scelta si concretizzano principalmente nei costi delle commissioni di rete e delle riconversioni (non ho incluso il tempo necessario alla validazione della transazione, visto che il lightning network pare aver risolto questo aspetto).

Tra i vantaggi invece possiamo annoverare sicuramente il fattore “cool” e la conseguente pubblicità generata dalla decisione di adottare il bitcoin e le criptovalute nel proprio punto vendita (fisico o online) ed è innegabile come questa sia oggettivamente una concreta opportunità per aumentare il proprio mercato.

Consideriamo poi che per i puristi il bitcoin è a tutti gli effetti una moneta, anche se la sua utilità in tal senso è messa in discussione da più parti.

Bitcoin originariamente è stato progettato con lo scopo di favorire l’effettuazione di transazioni elettroniche, ma è indubbio come con il tempo si sia evoluto in un diverso tipo di strumento finanziario.

Certo, può ancora essere utilizzato per pagamenti e transazioni, ma i suoi limiti intrinseci hanno frustrato le aspettative di sostituzione delle monete fiat.

D’altra parte l’ingresso nel mercato di fondi istituzionali e piccoli risparmiatori evidenzia il valore del bitcoin in quanto asset. La sua recente performance ha attratto ancora più investitori, che consolidano ulteriormente il suo carattere di “bene” piuttosto che di “valuta”.

Nel frattempo, dopo l’entusiasmo iniziale dei commercianti, che nel biennio 2016-2017 ha portato diverse attività ad entrare nell’ecosistema crypto, l’interesse si è ridotto.

Diversi grandi rivenditori che accettano bitcoin riferiscono che il coinvolgimento dei clienti è minimo, e l’incertezza normativa nella maggior parte delle giurisdizioni internazionale rende gli esercenti cauti nell’investire in questo processo.

Può cambiare lo scenario?

Tutti questi aspetti, potrebbero rappresentare un ostacolo all’adozione planetaria del bitcoin.

E’ vero che “l’effetto ricchezza” teorizzato dai puristi, presuppone che i possessori della moneta saranno disposti a spendere parte dei propri bitcoin a fronte dell’aumento delle loro ricchezze, ma non credo che questo sia sufficiente a innescare la scintilla che porterà alla tanto agognata adozione di massa (a tal proposito basta vedere come la curva di adozione del bitcoin negli ultimi anni sia rimasta sostanzialmente invariata).

A mio avviso, è più veritiero uno scenario in cui il numero degli acquisti in bitcoin aumenterà grazie alla crescita dei volumi delle transazioni, ma la maggior parte dello sviluppo sarà probabilmente guidato da altri casi di utilizzo.

Una parte verrà da applicazioni pratiche, come i trasferimenti transfrontalieri.

Tuttavia, la recente enfasi riguardo al potenziale di investimento e al ruolo sempre più palese di riserva di valore, indica un cambiamento sostanziale nella percezione del bitcoin.

Basta vedere la corsa sfrenata al bitcoin nei paesi più colpiti dalla crisi monetaria (Turchia e Venezuela in testa), che viene appunto percepito come la riserva di valore ideale per proteggere il proprio capitale dal crollo delle rispettive valute nazionali, sempre più falcidiate dall’iper-inflazione.

In tale contesto, lo spostamento del focus dal “bitcoin come mezzo di pagamento” al “bitcoin come investimento” potrebbe avere implicazioni anche sullo sviluppo a lungo termine.

Infatti l’abbassamento dei costi di transazione e lo sviluppo delle sidechain diventerebbero meno prioritari, a fronte dei miglioramenti in termini di sicurezza e fruibilità delle varie piazze di negoziazione (gli exchange di criptovalute per intenderci, che attualmente, salvo qualche rara e lodevole eccezione, non forniscono assolutamente degli standard qualitativi degni di nota).

In tale ambito, presto potrebbe arrivare anche quella chiarezza normativa auspicata proprio dagli attori principali del mercato.

Infatti la natura multiforme del bitcoin è difficile da comprendere e disciplinare per i regolatori: un approccio più focalizzato renderebbe più semplice la creazione di protezioni specifiche, che a loro volta potrebbero incoraggiare ulteriormente questo tipo di utilizzo, in quello che sarebbe uno splendido circolo virtuoso.

E la confusione tra i media mainstream e il pubblico in generale potrebbe gradualmente lasciare il passo alla comprensione che questa nuova tecnologia non è una minaccia per il sistema finanziario tradizionale, ma può completarlo, diventare parte di esso e aiutarlo ad evolversi.

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La Sec rinvia al 2019 la decisione sui bitcoin ETF

La Sec rinvia al 2019 la decisione sui bitcoin ETF

Come anticipato nei giorni scorsi su questo blog, ieri sera la Securities and Exchange Commission ha annunciato il rinvio della decisione sull’approvazione  della richiesta della CBOE in collaborazione con le società VanEck e Solid X per il lancio di bitcoin ETF.

La decisione è stata giustificata con la necessità di un’ulteriore raccolta di informazioni, infatti nel comunicato dell’agenzia federale si legge:

“Il rinvio della decisione si è reso necessario in considerazione delle questioni legali e politiche emerse dalle richieste di cambiamento delle attuali regole. Questo non significa che la Commissione abbia già raggiunto una decisione, quanto piuttosto che la Commissione stessa incoraggi le persone interessate e aventi causa a fornire i propri commenti sulla proposta in questione, che comporterà un cambiamento delle regole attuali.”

La decisione sui bitcoin ETF dunque è stata prorogata di altri 5 mesi e c’è da scommettere che la Sec prenderà tutto il tempo a sua disposizione.

In questo scenario, la deadline è prevista per la primavera del 2019.

Ad oggi, la SEC ha respinto più di 9 domande afferenti l’istituzione di bitcoin ETF, tra cui quella della Gemini Company (di proprietà dei gemelli WinkleVoss) e gli ETF ProShares proposti da Granite Shares & Direxion.

I motivi principali di ogni rifiuto sono stati il rischio di manipolazione del mercato e di frode.

Come ho già spiegato in questo articolo di agosto, l’unica richiesta che ha tutte le carte in regola per essere approvata è proprio quella della CBOE VanEck /Solid X, grazie alle misure proposte per evitare le manipolazioni di cui sopra.

Ora possiamo essere certi che un Bitcoin ETF  non sarà introdotto sul mercato almeno fino al 2019 e questo non è necessariamente un male.

Intanto se la Sec avesse voluto bocciare anche la richiesta della CBOE, lo avrebbe già fatto esattamente come le altre, e questo ci dimostra come la Commissione invece valuti questa istanza con un occhio di riguardo, viste le ottime caratteristiche del prodotto e la serietà delle società emittenti (in testa la CBOE).

Inoltre questo ritardo darà la possibilità a un maggior numero di investitori di accumulare bitcoin in previsione dell’approvazione dell’ETF nel 2019.

Bitcoin: le balene tornano in azione!

Bitcoin: le balene tornano in azione!

Nei giorni scorsi un utente di Reddit ha postato un’analisi dettagliata delle transazioni generate da un wallet che, dopo essere rimasto dormiente per più di 4 anni, ha movimentato circa 4000 btc su binance e 11000 su bitfinex.

L’importo all’interno del wallet supera i 110000 bitcoin, per un controvalore di oltre $ 1 miliardo!

Il post rivaela un probabile collegamento tra il wallet in questione e“Silk Road”,  il bazar del dark web noto soprattutto per la vendita di sostanze stupefacenti e armi da fuoco, che è stato chiuso nel 2013 dalle autorità statunitensi.

Dump imminente?

La community internazionale si interroga sulle reali intenzioni di queste balene: infatti l’operatività su binance e bitfinex è limitata alle altcoins o ai Tether Dollari, dunque la conversione in moneta fiat è esclusa; senza contare il fatto che inviare importi simili su un exchange svela l’identità dell’effettivo possessore (su Binance ad esempio gli account non verificati hanno delle severe limitazioni sui depositi/prelievi).

Una lettura in tal senso potrebbe essere quella di un tentativo di riciclare il denaro grazie a delle altcoins “anonime” che non sono rintracciabili una volta prelevate dall’exchange (su Binance infatti è possibile acquistare Monero, Zec e Dash per fare alcuni esempi).

Un altro scenario potrebbe essere quello basato sul “complottismo”: questi ingenti trasferimenti di bitcoin, relazionati all’impennata di posizioni short registrata sabato scorso, potrebbero essere frutto di una manovra speculativa messa in atto allo scopo di guadagnare sulla manipolazione del prezzo.

Quel che è certo, è che potenzialmente la quantità di bitcoin trasferita sugli exchange sopraccitati è sufficiente a influenzare il mercato al pari di Mr. Kobaiashy, il liquidatore dell’ex exchange Mt Gox, meglio conosciuto come the Tokyo Whale, che con i suoi sell-off ha causato vari dump sul mercato cripto nel primo semestre 2018.

E tu cosa ne pensi? È imminente un sell-off? In che modo questa storia influenzerà il mercato cripto? Fammi sapere nei commenti qui sotto.

Bitcoin dominance al 50% – altcoins in profondo rosso

Bitcoin dominance al 50% – altcoins in profondo rosso

Dunque come già anticipato nelle scorse analisi, la fatidica “quota 50%” è stata raggiunta e, per la precisione, il Bitcoin al momento si è attestato al 51% nella dominance index.

La settimana appena trascorsa è stata decisamente controversa per la moneta; è vero che ormai da sola raccoglie più della metà dell’intera capitalizzazione del mercato, ma dal punto di vista squisitamente tecnico si è avvicinata pericolosamente al supporto in area $ 6000, che in più di un’occasione è stato definito come la Linea del Piave del bitcoin.

bitcoin dollaro technical

Dopo la rottura del supporto in area $6800, amplificata dalla notizia del rinvio della decisione in merito ai bitcoin ETF da parte della Securities and Exchange Commission, la moneta è tornata a ritestare velocemente il livello $ 6000 sul quale sembra aver arrestato almeno temporaneamente l’impeto ribassista.

L’overreaction del mercato generata dalla notizia, riflette un’oggettiva condizione di indecisione determinata dai dubbi in merito alla futura approvazione dell’istanza della CBOE, che dunque ha scatenato un vero e proprio sell-off, alimentato ulteriormente da tutti gli stop loss piazzati appena sotto quello che universalmente veniva riconosciuto come l’ultimo livello su cui tentare una ripresa del trend al rialzo partito dai minimi di fine giugno.

Nella foto infatti si può apprezzare come in seguito alla rottura dei $ 6800, la struttura risulti ormai definitivamente compromessa.

In questa fase, la tenuta del supporto a $ 6000 è assolutamente decisiva, infatti un’eventuale rottura porterebbe a un retest dei $ 5800 con il rischio che sul grafico si vada a stabilire un nuovo lower low e questo scenario sarebbe davvero deleterio per la moneta, perchè andrebbe a confermare in pieno come il trend di medio periodo sia improntato decisamente al ribasso.

Al contrario, la tenuta del supporto darebbe luogo a un higher low, ossia un minimo più alto in relazione a quello di fine giugno, e questo sarebbe un ottimo livello di consolidamento da cui ripartire per tentare l’assalto ai $ 6800, vecchio supporto diventato nel frattempo resistenza, e magari anche il recupero della trendline che attualmente insiste in area $ 7000.

btc - usd technical

Possibili scenari

Il sentiment del mercato è improntato al ribasso e un’indicazione in tal senso ci viene fornita dal numero di posizioni short attualmente aperte sul bitcoin.

Dall’analisi del grafico relativo alle posizioni short presenti su bitfinex, si evince chiaramente come dal 4 agosto in poi, data in cui è stata violata al ribasso la trendline che unisce i massimi di gennaio, marzo e maggio, vi sia stato un aumento esponenziale del margin selling.

Questo indica come la maggior parte degli operatori siano orientati verso un imminente ribasso della moneta.

Nella giornata di sabato però lo spunto del bitcoin che è tornato a ritestare i $ 6500, ha provocato un deciso calo delle suddette posizioni, segno tangibile di come non sia così scontato l’esito favorevole delle operazioni che puntano sul ribasso in un’area che spesso ha fornito un supporto solidissimo alla quotazione.

Questo scenario ricorda molto quello di metà aprile 2018, dove l’improvviso rialzo del bitcoin da quota $ 6800 ha portato il prezzo a toccare gli 8000 dollari.

In quell’occasione infatti, il rialzo è stato alimentato proprio dal conseguente short squeeze.

Infatti nella sola giornata di giovedì 12 aprile sono state chiuse ben 16000 posizioni short con conseguente buy back del bitcoin, dunque il rialzo in corso è stato potenziato proprio dalle ricoperture dello scoperto.

Ovviamente questo scenario non è automatico e eventualmente sarà propiziato dalla rottura dei $ 6800, che al momento rappresenta la resistenza statica più solida (che “casualmente” è lo stesso livello di prezzo che, una volta violato, ha innescato la bull run di aprile).

Non è affatto detto però che i compratori, almeno nel breve periodo, avranno la forza di spingere la moneta sopra tale soglia e questo potrebbe determinare un nuovo test del supporto a $ 6000, dall’esito tutt’altro che scontato.

Dunque lo scenario attuale è dominato da profonda incertezza e senza una direzione chiara della quotazione, non è consigliabile prendere posizione.

short squeeze bitcoin

L’attuale capitalizzazione del bitcoin è di $ 111 miliardi ed è interessante notare come, proprio nel momento di maggior difficoltà sui minimi di fine giugno a $ 5800, proprio la capitalizzazione abbia contribuito a supportare la moneta.

Infatti sulla soglia dei 100 miliardi di dollari si è formata una vera e propria soglia psicologica a supporto della quotazione.

Inutile dire che la rottura di tale livello, determinerebbe uno scenario decisamente ribassista.

capitalizzazione bitcoin

Altcoins: profondo rosso

Capitolo a parte meritano le cosiddette monete alternative: infatti il lento ma inesorabile declino a cui stiamo assistendo ormai da maggio sembra non aver fine.

L’analisi delle performance negli ultimi 8 mesi delle top 20 altcoins del marketcap, ci restituisce uno scenario impietoso: tutte le monete in questione (con la lodevole eccezione di binance coin) hanno registrato perdite che oscillano tra il 70 e il 94%!

Il triste primato va a XEM, seguita a ruota da XRP, ADA E TRX.

analisi capitalizzazione mercato criptovalute

Ritorno alla realtà

La situazione attuale è figlia “dell’ubriacatura” collettiva del 2017, dove fiumi di capitali, sull’onda dell’entusiasmo, sono stati iniettati nel mercato e in progetti che poi si sono rivelate fallaci, quando non veri e propri scam (bitconnect docet) o che comunque non meritano le attuali capitalizzazioni nell’ordine dei miliardi di dollari, a fronte degli scarsi risultati ottenuti.

Quella in corso è una vera e propria selezione naturale del mercato, a cui sopravviveranno solo quelle monete dai fondamentali solidi e con alle spalle un team di sviluppatori adeguato.

In questo scenario, ragionevolmente il bitcoin continuerà a beneficiare della concentrazione dei capitali in atto e non è da escludere che nei prossimi mesi tornerà all’assalto di quota 60% nella dominance index, eguagliando i livelli di fine 2017.

Video analisi tecnica e fondamentale del mercato

Criptovalute: “pump and dump scheme” anatomia di una frode.

Criptovalute: “pump and dump scheme” anatomia di una frode.

Quella del “pump and dump” è una piaga che affligge la maggior parte dei mercati finanziari, ma mentre nelle piazze tradizionali gli organi di controllo svolgono serie attività di monitoraggio e intervengono duramente per reprimere il fenomeno, all’interno del mercato delle criptovalute, ancora privo di una reale regolamentazione, queste attività proliferano praticamente indisturbate arrivando a movimentare svariati milioni di dollari.

Secondo un’analisi del Wall Street Journal, nel 2018 decine di cosiddetti “gruppi di pump” hanno generato un volume di trading pari a $ 825 milioni e causato centinaia di milioni di perdite per chi ha avuto un timing d’ingresso sbagliato.

Il WSJ dunque, grazie a un’accurata analisi, ha identificato ben 175 schemi di pump and dump che hanno coinvolto 125 monete digitali, le quali nel giro di pochi minuti hanno fatto registrare degli improvvisi aumenti della quotazione seguiti da altrettanto rapidi crolli.

Cosa sono gli schemi di pump and dump

Lo schema pump and dump è una delle più antiche tipologie di frodi nei mercati e la dinamica è semplice: gli squali mangiano e “ripuliscono” i pesci piccoli.

Un gruppo o gruppi di investitori identificano e rastrellano un determinato asset, poi fanno in modo di aumentarne l’hype e la visibilità e infine, attraverso un’azione coordinata, ne gonfiano artificialmente il prezzo, lanciando così l’esca.

Chiaramente altri traders (spesso piccoli investitori con poca esperienza) saranno attirati da questo improvviso rialzo e acquisteranno l’asset in questione, convinti magari che sia un genuino movimento di mercato.

Peccato che una volta raggiunto il target price, che può arrivare anche al +50% nel giro di pochi minuti, (quello vero deciso dai promotori però, non certo quello annunciato nelle chat che è solo uno specchietto per le allodole, utile a tener dentro i partecipanti), gli organizzatori dello schema rivenderanno massicciamente i titoli acquistati in precedenza, lasciando con il cerino in mano gli ultimi arrivati.

Queste pratiche sono state messe fuori legge negli anni ’30 e proliferarono durante il boom del dot-com, spinte da società di intermediazione senza scrupoli come la Stratton Oakmont fondata da Jordan Belfort, meglio noto come “The Wolf of Wall Street”.

La Securities and Exchange Commission conduce regolarmente attività di monitoraggio e in passato ha perseguito diverse frodi similari nel mercato azionario, ma per quel che riguarda il mercato delle criptovalute non è stata presentata ancora nessuna accusa formale.

A dire la verità lo scorso maggio, la US Commodity Futures Trading Commission (CFTC) ha stabilito una ricompensa da 100.000$ per chiunque fornirà informazioni utili a smascherare questi gruppi organizzati nel mercato delle valute digitali, chiaro segnale di come le autorità di vigilanza negli Usa si siano decise ad affrontare seriamente la questione.

Il problema che a questo punto si pone però, è che gli exchange di criptovalute sono dei mercati non regolamentati, dunque queste attività possono essere condotte godendo di una sostanziale impunità.

Anatomia di una frode

Le incubatrici di questi eventi spesso sono dei gruppi organizzati sull’app telegram, che neanche tentano di nascondere il proprio fine: il gruppo più prolifico identificato dal WSJ infatti è chiamato “Big Pump Signal” e ha più di 74000 iscritti.

Si stima che da dicembre a oggi il gruppo abbia promosso 26 operazioni di pump and dump, per un volume di scambio pari a più di $ 200 milioni.

Esistono molte altre organizzazioni di questo tipo, che potenzialmente hanno un giro di affari superiore, ma operano in canali privati a cui si può accedere solo su invito, generalmente supervisionati da un moderatore anonimo.

La strategia di questi gruppi è semplice: si annuncia la data, l’ora e la piattaforma dove avrà luogo lo schema, poi all’ora stabilita viene segnalata la moneta oggetto dell’azione, si aspetta che i traders l’acquistino massicciamente, aumentandone così esponenzialmente i volumi e il prezzo e alla fine si rivendono tutte le monete acquistate dagli organizzatori nelle fasi che hanno preceduto l’annuncio. Tutto avviene nel giro di pochi minuti.

Secondo il Wall Street Journal “un giorno all’inizio di luglio il gruppo Big pump signal ha raccomandato ai suoi numerosi seguaci di acquistare una moneta chiamata cloakcoin sull’exchange Binance esattamente alle ore 15. Il prezzo di cloakckcoin è salito alle stelle poco dopo la comparsa del messaggio su telegram che esortava i membri all’acquisto. Durante queste fasi, i prezzi dei 10 cross di monete più scambiate su binance, – uno degli exchange con i volumi di scambio più alti al mondo(nda), – sono rimasti praticamente immobili. La corsa agli acquisti è stata immediata: il prezzo del cloakcoin è salito del 50% a $ 5,77 su Binance, prima di crollare di quasi un dollaro dopo due minuti. In totale, sono state eseguite 6.700 operazioni per $ 1,7 milioni, rispetto a quasi nessuna negoziazione nell’ora precedente.”

cloakcoin pump and dump

Le attività correlate al gruppo Big pump signal restano comunque un mistero, infatti la proprietà del dominio associato è occultata e i moderatori sono anonimi. Binance, attualmente tra gli exchange con i maggiori volumi di scambio, è utilizzato frequentemente per questo genere di attività, infatti al suo interno si trovano decine di monete dalla capitalizzazione bassissima e dunque efficacemente manipolabili.pump and dump su binance

Binance si è rifiutata di commentare l’articolo del Wall Street Journal.

E qui entriamo nel campo del comportamento, a mio avviso ambiguo e deplorevole, di queste piattaforme.
In un articolo precedente ho segnalato come un altro importante exchange del mercato, Okex, a fine luglio abbia avuto serie problematiche nella gestione del trading dei bitcoin futures, che nanno portato alla liquidazione forzata di una posizione da $ 415 milioni.

Non è tollerabile come, delle società che per prime dovrebbero avere a cuore la tutela e la salvaguardia di un mercato giovane e promettente come quello delle criptovalute, non implementino tutte le misure necessarie a scongiurare questo tipo di attività.

Non possiamo continuare a nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che nel mercato delle valute digitali tutto vada per il meglio, perché semplicemente non è così e la piaga dei pump and dump, ricordo vere e proprie frodi, ne sono la dimostrazione plastica.

E’ auspicabile dunque, che queste piattaforme prendano rapidamente coscienza della problematica e, magari sotto l’egida delle autorità di controllo, intervengano duramente per reprimere questo fenomeno vergognoso, anche per togliere delle frecce dall’arco dei detrattori delle monete digitali.

Il bitcoin tenta il rimbalzo dopo il crollo del 4 agosto

Il bitcoin tenta il rimbalzo dopo il crollo del 4 agosto

La correzione del bitcoin dai massimi di luglio ($ 8500) è stata più profonda del previsto e ha portato la moneta a violare al ribasso la trendline che era stata rotta al rialzo nella fase finale della bull run del mese scorso.

Sul break out, l’effetto domino degli stop loss ha causato una violenta discesa del prezzo, che è arrivata quasi a testare il supporto in area $ 6750 e ha interrotto la sua corsa sulla moving average 50. (Nell’immagine vediamo come tra i 7300 e i 6800 praticamente non ci siano livelli in grado di influenzare un movimento).

Bitcoin dollaro grafico giornaliero

Misurando il potenziale d’inversione del trend al rialzo dai minimi di fine giugno con Fibonacci, vediamo come in zona $ 6800 insista anche l’intervallo 0.618, che solitamente fa da spartiacque tra correzione e cambio trend.

Sui $ 6750-6800 dunque si gioca la vera partita. I compratori difenderanno duramente il livello e per gli orsi non sarà semplice spingere la quotazione sotto tale zona.

Sullo Stoch RSI la moneta è in pieno oversold ed è sul bottom da ormai 6 giorni e questo potrebbe essere il segnale di un rimbalzo imminente. Vedremo se i tori avranno la forza di riportare il bitcoin sopra la trendline rotta sabato, chiudendo così il throwback.

throwback bitcoin

L’ombra della speculazione

La correzione della moneta iniziata il 31 luglio dunque, come accennato all’inizio, è stata molto più profonda del previsto e ragionevolmente è stata alimentata da uno spiacevole evento avvenuto sull’exchange Oxex.

Il 3 agosto infatti la società che gestisce la piattaforma ha emesso un comunicato dove ha annunciato che il 31 luglio alle ore 11 italiane, ha eseguito una liquidazione forzata di una long position di bitcoin futures per un controvalore di $ 415 milioni!

Il cliente con ID 2051247 ha aperto una grande e inusuale posizione long (4168515 contratti) alle ore 02:00 del 31 luglio e ha fatto scattare il nostro sistema di risk management.

Il servizio clienti della piattaforma ha tentato senza successo di contattare l’investitore per convincerlo a ridurre almeno parzialmente l’esposizione, e in seguito al rifiuto l’account del cliente è stato congelato per prevenire ulteriori incrementi della posizione.

L’iniziativa però non è stata sufficiente a evitare incidenti, infatti poco dopo la quotazione del bitcoin si è mossa al ribasso, causando così la liquidazione forzata della posizione.

Tra l’altro, la forced liquidation non è stata in grado di “limitare i danni”; infatti le perdite accumulate dal trader alla chiusura della propria posizione long sono state ben superiori ai fondi nel margin wallet a copertura della stessa, dunque è subentrato un altro grosso problema: chi pagherà i profitti delle controparti short? (Nei futures i long coprono i profitti degli short e viceversa).

Ovviamente l’assicurazione di Okex, giusto?

Sbagliato, perché è emerso che nel fondo assicurativo di Okex a copertura di simili eventi, i fondi presenti non erano neanche lontanamente sufficienti a sanare lo scoperto.

Al netto della questione relativa alla perdita di fiducia degli investitori nel trading di criptovalute, causata da questo genere di eventi che a mio avviso le varie piattaforme dovrebbero ponderare con molta più attenzione,  la questione che ci interessa è un’altra: la correzione del 31 luglio che ha portato in seguito il bitcoin addirittura sotto i $ 7000 (al momento della redazione dell’articolo, la moneta è tornata sopra tale soglia) sarebbe stata innescata e alimentata proprio dalla liquidazione in open market di questi 415 milioni di dollari, che ovviamente sono rimasti unfilled, spingendo al ribasso la quotazione per assenza di compratori.

Nel grafico orario possiamo apprezzare il momento della liquidazione forzata della posizione.

btc - usd

In definitiva, dietro il crollo del bitcoin potrebbe esserci ancora una bitcoin whale (o, per meglio dire, un elefante nella stanza dei cristalli).

Di seguito, la video analisi dell’azione del prezzo del bitcoin.

AGGIORNAMENTO: La Sec ha posticipato a settembre la decisione relativa all’istanza sui Bitcoin ETF della Chicago Board Options Exchange (CBOE). Il mercato ha reagito negativamente alla notizia, esasperando ulteriormente l’attuale ribasso.

La Sec rinvia al 2019 la decisione sui bitcoin ETF

Bitcoin: febbre da ETF!

L’argomento relativo ai Bitcoin ETF  è diventato caldissimo nelle ultime settimane. Molte richieste sono ancora in cantiere in attesa di approvazione, ma tutti gli occhi sono puntati sulla proposta VanEck / SolidX sostenuta dalla CBOE.

Nel corso dell’ultimo anno infatti sono state inoltrate numerose richieste di autorizzazioni relative ad applicazioni per gli ETF (exchange-traded funds) legati al bitcoin, molte delle quali sono ancora in attesa di sviluppi.

Di seguito abbiamo una lista delle varie istanze in fase di valutazione con il relativo stato di avanzamento.

situazione richieste Bitcoin ETF

La maggior parte delle domande è in attesa di approvazione o è stata ritirata, con la sola eccezione del Winklevoss Bitcoin Fund su BATS BZX Exchange che è stato formalmente negato.

Tutti gli occhi puntati sul VanEck/SolidX Bitcoin ETF

Mentre la richiesta relativa ai Bitcoin ETF sull’exchange Gemini di proprietà dei fratelli Vinklevoss è stata respinta per la seconda volta, la comunità rimane entusiasta poiché l’applicazione che ha maggiori probabilità di successo è quella sostenuta dalla Cboe Global Markets.

Pare che una delle ragioni principali che abbiano indotto la Securities and Exchange Commission a cassare definitivamente l’istanza dei Vinklevoss, sia stata il rischio di una manipolazione del mercato con un ETF con le sue caratteristiche (il prezzo del Bitcoin sarebbe stato parametrizzato a quello dell’exchange Gemini, con tutte le problematiche relative alla facilità con cui queste piattaforme possono essere manipolate).

Al contrario, l’istanza VanEck/SolidX prevede un’assicurazione sui fondi investiti, oltre a basare il prodotto sull’indice MVIS Bitcoin OTC, ed è l’unica ad avere queste caratteristiche.

Il mercato OTC (Over The Counter) è quello maggiormente utilizzato dai grandi investitori per le transazioni di un certo peso.

Si tratta di uno scambio diretto tra utenti senza passare da un exchange e l’utilizzo di questo mercato consente di preservare la quotazione dell’asset scambiato, che al contrario avrebbe pesanti ripercussioni in seguito a uno scambio in open market visti i volumi importanti di cui parliamo. Questo indicatore dunque è molto meno manipolabile e volatile.

Grazie a queste caratteristiche l’istanza presentata dalla CBOE ha ottime possibilità di essere approvata dalla Sec.

La domanda è stata depositata il 26 giugno da Cboe Global Markets, che ha proposto appunto di collaborare con Van Eyck Investment e con SolidX.

In conclusione, riporto una curiosità che però dice molto sulla reale penetrazione delle criptovalute nelle istituzioni politiche, economiche e finanziarie.

Un commissario della SEC ha formalmente dissentito contro la decisione della sua stessa Agenzia di non accordare una licenza Bitcoin ETF ai fratelli Vinklevoss, esprimendo un parere fortemente critico. L’intera comunità crypto è stata compatta nel mostrare il suo sostegno all’iniziativa, infatti l’account Twitter del commissario Hester M. Pierce ha raccolto oltre 16.000 followers in pochi giorni, dopo che la sua lettera di dissenso è stata resa pubblica.

bitcoin hester peirce sec

 

Coinbase lancia le gift cards: spendi dove vuoi le tue criptovalute

Coinbase lancia le gift cards: spendi dove vuoi le tue criptovalute

Coinbase vuole sdoganare il proprio portafoglio di criptovalute grazie alla collaborazione con WeGift, fornitore di gift cards digitali.

La procedura è abbastanza semplice:

Vai sul sito web WeGift Coinbase, seleziona il wallet, l’importo e la carta che vuoi utilizzare, premi buy e il gioco è fatto: avrai moneta fiat da spendere nei negozi selezionati!

Dunque in realtà non spenderai criptovalute. Infatti il sistema scambierà crypto con la valuta locale e la eGiftcard verrà caricata con quella, che ovviamente i negozi aderenti all’iniziativa accetteranno, anche se probabilmente non avranno la minima idea di come tu abbia finanziato la carta regalo.

Attualmente pare che le carte regalo possano essere acquistate solo per l’Italia, la Spagna, la Francia, i Paesi Bassi, il Regno Unito e l’Australia (anche se sembra che per ora l’offerta australiana sia piuttosto limitata).

Per quanto riguarda l’Italia, al momento l’offerta pare sia limitata alle catene Carrefour e Decathlon, anche se nell’annuncio di Coinbase si fa riferimento anche ad altri marchi, quali Nike, Uber, Google Play e Zalando.

Coinbase gift cards

Le criptovalute entrano nella quotidianità

Uno degli argomenti più comuni utilizzato contro le criptovalute è quello secondo cui non sono utilizzabili nelle varie attività quotidiane, mentre adesso grazie a questa partnership sarà possibile spendere le proprie valute digitali in maniera più agevole.

E’ vero che i crypto puristi potrebbero storcere il naso, visto che in questo modo si avrà a che fare con un intermediario.

La decentralizzazione e la blockchain infatti hanno promesso di collegare direttamente l’acquirente al commerciante, eppure in questo caso abbiamo un nuovo intermediario anche se rinuncia alla commissione di transazione.

Certo, WeGift non è una banca o un governo, ma questa non è ancora l’elegante soluzione di pagamento che tante criptovalute ci promettono nella loro visione digitale del futuro, dunque si dovrà studiare una soluzione per bypassare la problematica.

E’ anche vero però che la strada verso l’adozione di massa delle criptovalute passa necessariamente da questo genere di iniziative, dunque prendiamo la notizia per quella che è, cioè un lodevole tentativo di sdoganare le valute digitali a beneficio della curva di adozione di questa nuova tecnologia, oltre che un’interessante alternativa alle Debit Card in Bitcoin, tipo Wirex.

 

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